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mercoledì 12 dicembre 2012

La luna a Cala dei Gigli

Girgolu a Cala dei Gigli, bianchi come la luna



Ttante benniposh, tutte già vendute!
Mi sono svegliata, qualche giorno fa,  con un cielo rosa che pareva squagliato nel gelato di fragola, un cielo d’acquarello inglese di quelli che staresti a rimirarlo mentre i minuti incalzano e i doveri pure, ma poco male; lassù, placida, d’argento, una falce di luna, ancora sveglia alle sette o giù di lì, mi ha invitato, nel suo silenzioso richiamo che non so neppure spiegarmi, a girar gli occhi in su, verso il suo lume acceso e a ripescar, con la rete della memoria, un’altra  luna che mi fu amica in una notte nera di settembre, quando tutto, nella vita mia, era ancora chiuso nella conchiglia del futuro. Allora, presto, calzate gli stivali delle sette leghe, se vi va, e via, a ritroso, nel respiro di Cala dei Gigli, in una estate della dopostoria, perduta tra tante altre, tutte uguali. Il destino, stirato, ancora disteso sul divano, doveva ancora cucire le sue trame addosso a una ragazza bionda che poi sono io. E’ notte, nel velluto scuro del firmamento, stelle, tante stelle, tante che neppure Ipparco di Nicea avrebbe potuto contarle. Io, in cima allo stradone dove si parcheggian le auto, aspetto che arrivi, con la macchina a nolo, Nanni, il mio Nanni, che oramai non c’è più da almeno cinque anni. Ci sono io, ci sono le stelle e, laggiù, lontano, nel pozzo nero della baia, il mare che respira. Aspetto e i minuti passano lenti, come strizzati dall’imbuto di Crono. Aspetto e per passare il tempo comincio, io pure, a contar le stelle. Fredde, lontane, le stelle. D’un tratto, mentre la notte continuava a contar le sue ore, e io le stelle nell’attesa, vidi spuntar laggiù, oltre Tavolara, la luna, una luna rotonda che sembrava camminar sul mare, su un tappeto srotolato di porporina lucente, in un tintinnar di cembali di fata,  regalando a me una benedizione…  

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