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lunedì 19 novembre 2012

Un pianista in Campidoglio


Ci sono nella memoria di ciascuno e di tutti, volti corrucciati o sorridenti, antichi volti che sono lì, pare, per sempre, visi che ci si porta dietro, nello zaino e che sono mattoni dell’esistenza, seminati lungo la via. Per anni, se ne stanno lì dove sono adesso a far la vita loro e, un giorno, all’improvviso tornano vivi, più vivi anche di allora, magari in virtù di due pagine di giornale. A me è accaduta, la resurrezione, qualche giorno fa, leggendo su un quotidiano romano che c’è chi, un gruppo di potenti nientemeno, vorrebbe in Campidoglio Alfio Marchini. Alfio, mi dico, oddio, sì proprio lui, Alfio. E chiudo gli occhi e siamo di nuovo ragazzi, una trentina di anni fa, in una quiete romana di scuole private, che ci porta dal Massimo, all’Eur, al Mater Dei, in piazza di Spagna fin su al Sacro Cuore, tra le torri di Villa Medici, dove lui – Alfio – aveva messo al caldo il cuore suo, nella personcina, davvero deliziosa,  della mia migliore amica di allora. Fu Alfio, nella mia vita, per anni e anni e anni, un ritornello di lei, che mi era cara in quei giorni lunghi di amori e interrogazioni, e ora non più. Alfio: su, giù e a destra e a manca; Alfio scritto con una “A” a ricciolo sulle pagine del Giacalone… Bello, lo era, per davvero, e lo è e alto e moro che sembra uscito da una rivista americana di figurini alla moda, ed era anche simpatico e, crepi l’avarizia, persino intelligente. E forse lo è ancora oggi, non so, chiamato com'è a nuove imprese e niente affatto amorose. Ma, mentre leggo quelle righe su di lui, e lo rivedo in casa sua, con il suo cane nero (di allora) mi chiedo, e solo questo mi chiedo, se, dopo aver percorso i suoi sentieri che punto conosco, suona ancora il pianoforte bene, come allora, quando doveva far l’esame di non so più che anno di conservatorio… 

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