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venerdì 9 novembre 2012

Pedro Cano ai Mercati di Traiano

Ora mi pare ieri, sono a Praga con Betta; il muro di Berlino è caduto appena e noi si va su e giù lungo il Ponte Carlo, dove ci sono ragazzi a schitarrare canzonette americane che fan a pugni con il contorno, mentre la Moldava di caffelatte, incurante dei su e giù politici, sonnecchiando scorre, pettinata nella sua perpetua serenità. Siamo in  certi grandi magazzini di gusto sovietico, di cui non ricordo il nome, e dove comperai i quaderni, comunisti nella semplicità quasi francescana, che allora usavano nelle scuole praghesi. Li conservo ancora, senza mai averci scritto un rigo su. Non osavo! Lungo la colorata via alchemica dell'oro ci parve di veder correre il Golem e nel cimitero ebraico tutto il respiro del mistero che non mi lascia mai. Lei, al Castello che è ancora quello di Franz Kafka. Io, in giro per le tante, piccole gallerie dove si vendevano acqueforti di artisti praghesi: Jiri Anderle e la Haskovà (ma non so se scrivo bene questi nomi...). Nella parete che mi guarda proprio ora in faccia mi chiama un'opera della Haskovà, con su le due età della donna. Di qui, la luna nera nella gioventù di ninfa, in un fluttuar di veli; di là una parca antica con la luna piena in testa, calante nell'autunno dei petali in volo...
Ne portai a casa molte; di incisioni, alcune sono ora in campagna, altre qui e ancora mi parlano di allora quando, di bel bello, andavo a caccia di bellezza e d'armonia per tornare, felice, con  una fetta di paradiso, in forma di quadretto, e tutta mia, nella saccoccia. Tornata a casa, non persi l'abitudine. Comperai in una stamperia del Celio certi begli acquerelli di un pittore spagnolo, Pedro Cano. Li comperai con i miei primi soldi del giornale perché i suoi fiori e la conchiglia si eran messi a tu per tu con la mia anima. Li comperai senza indugio, sicura di me per una volta sola. E ora, eccomi, ieri l'altro, in piazza Magnanapoli, a Roma, davanti all'entrata dei Mercati di Traiano. Oddio, ma è proprio una mostra di Pedro Cano! Entro e mi perdo nei luoghi suoi mediterranei che sono un po' anche i miei. Istambul e la Sicilia. Ci sono tutti i numeri della smorfia in una corsa d'arte versicolori e  e ci sono le terme di Diocleziano che sono a un passo da casa mia. Ma soprattutto, belle che più belle non si può, ci sono le corone di limoni, di ulivo, d'uva e pampini e di rose che vengono intrecciate a  Patmos, l'isola dell'Apocalisse, il primo di maggio; Patmos, l'isola dove sbarcai, or sono molti anni, da una nave della Costa Crociere. Salii sul sacro monte con la comitiva, non vidi le corone fiorite del maggio, ma Patmos la tengo cara al cuore, come qualcosa che si è perduto ma che si ama ancora...

1 commento:

  1. Sono passata per un saluto e ti trovo tra acquerelli, incisioni e pampini intrecciati...prendo una rosa da una corona e te la regalo con un sorriso.
    Un abbraccio Rita

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