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venerdì 23 novembre 2012

Gatte fatate all'Esquilino


Mi sono svegliata dal torpore di un certo mio segreto languore di pensiero (che tengo mio, abbracciato stretto come si faceva, tutti quanti, con l’orso di pezza, da piccini) in questa dopostoria novembrina, baciata dal sole di burro fuso che sembra leccar, sciolto nel manto suo, la via del Boschetto, dove mi reco, un giorno sì e anche il successivo, a comperare alla Conad, piccola, piccola, foderata dal pavimento al soffitto di prodotti, il pane e il companatico. Mi sono svegliata, dicevo, perché la vita chiama e urla e non lascia soli mai e neanche in pace. Eccomi, nelle ampie strade dell’Esquilino, dove non mi sembra di star nella mia Roma dei Cesari, tutto piemontese com’è il quartiere, con i suoi viali di palazzi imbronciati, alti fino al cielo, con quella sua bella piazza Vittorio, a circondare un gran giardino, che mi sembra, però, ben più adatta, sotto ai suoi portici scuri, a farsi baciare dal cielo brumoso di Torino che al sole della Capitale. Un tempo, almeno, un gran mercato dava colore e romanità e anche un poco d’anima alla pizza oramai muta, perduta nel via vai delle automobili…
Vabbè, il sole splende e bisogna accontentarsi. Attraverso la piazza, sbrigate le faccende quotidiane, per arrivar dritta al giardino, dove soggiorna una variata umanità, mescolata dalla babele della modernità. Cammino, naso a terra, per non incontrar gli occhi dei tanti, di tutti i colori, che mi camminano intorno. Ci sono giovani e vecchi, ma tutti han la stessa aria ciondola, di chi non ha un bel nulla da fare e sfoga quel niente in un ricco parlare al cellulare. Mi siedo ad osservare un gruppo di ragazzi cino-italiani, in danza moderna, al segno di un capopopolo che porta, al colmo del capo, un curioso berrettino, nero, piatto, come fosse il tappo di un barattolo. Danzano e, oh perbacco, non sono niente male, mi dico e certe ragazze, che belle, che ritmo, che sensualità! Lo sguardo mio ondeggia tra loro e la fontana di Rutelli (non di Rutelli figlio, beninteso, ma di suo padre che era scultore e anche di talento…), quando, d’un tratto, una vocina mi richiama all’oggi: “A signorì, er bijetto…” La vecchina, tanto curva e bianca che pare fatta di zucchero a velo, mi guarda e accenna col mento alla sarabanda più in là. Sorrido, tiro fuori il mio bell’euro e lo porgo a lei, prima che si trasformi in gatto e voli via…     

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