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domenica 18 novembre 2012

Buon Natale, signorina

Perdonate il fumé che non era voluto, ecco una bennirose

Avevo, mi pare, una ventina d’anni, e iscritta al primo anno di Lettere alla Sapienza, quando, insieme a un’amica, fui assunta – ma solo per un mese - in un bel negozio di arredamento chiamato Spazio Sette, che respirava, allora, in due ampi piani di bianco splendore e di gusto nordico in un palazzo che si nascondeva dietro alla Piazza Argentina. Di colpo, mi perdo nel labirinto della memoria e non so se il negozio era lì, in quei tempi oramai remoti o se, invece, mi sovvengono altre visite mie successive nel corso degli anni a venire,  nel viso luminoso di Patrizia, allo stesso negozio dopo fatto un certo trasloco… Non so e forse non importa perché in quel mese, chiusa in quadrato fatto apposta per noi, io e le altre (ma c’era anche un ragazzo) dovevamo confezionare solo pacchetti di Natale. Un mese intero, da mane a sera, di pacchetti, grandi e piccoli e medi, che alla fine in casa Ponti quando c’era un pacchetto da fare -  Ester! - ero io, esperta ed usa, a esser chiamata…
Il nastro adesivo, giammai. Ginnasti e prestigiatori, con carta e nastro compivamo le nostre sfide, aiutati, a volte, dal mento, mentre lo scotch, snobbato,  se ne rimaneva in un canto immalinconito. Io, che a far pacchetti avevo e ho un certo gusto, ero incoronata regina, ma a volte, un commesso, piccolo, di baffi e senza barba, mi chiamava a servire i clienti. Su e giù per le ampie scale, nel mio biondo sorriso. Un pomeriggio, col cielo già nero d’invernale velluto, sono lì, sui gradini, tra un piano e l'altro, quando vedo entrare – oddio, che sgomento! – un certo professore di Storia moderna all’Università che per due volte mi aveva rimandato a casa,  all'esame, dicendomi che, per carità, non voleva mica sciuparmi il libretto con un ventisei. Troppa grazia, direte. Ma sapete quanto mi diede alla terza volta, quando la rivoluzione industriale inglese era entrata anche nei miei sogni di notte? Avete indovinato: ventisei. Ricordo la corsa, con fiato appallottolato nella strozza, giù in volo sugli scalini. Mi nascosi nel quadrato magico e, da dietro una compagna, osservai i movimenti di lui. Un gatto e un topo,  lui e io. Quando fu il momento di fare il suo pacchetto, sparii in bagno e così sia. Ma non fu un così sia. Uscii e lui, che era già andato via, come mi avevano spifferato Martina o forse Isabella, zacchete, infilò di nuovo la porta e a passi svelti raggiunse la mia postazione e guardandomi dritta in viso, mi disse: “Buon Natale signorina”…

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