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martedì 9 ottobre 2012

Una margherita d'oro per la vita


Alla vigilia delle mie nozze, insieme al crepuscolo indaffarato a stender il suo velluto d’indaco, appuntato all’aria con un luccicar di stelle, arrivò per me al cancello color ruggine, che separava il giardino dalla strada, l’ingegner Amico. Suonò, io di corsa, al confine di seta tra una vita e l’altra. Aveva un dono per me, quell’ingegnere grande e grosso, reso piccino dagli anni, che aveva già pronte - e io non lo capii - le valigie per salir sul treno del suo destino. Il dono era (ed è) un piccola margherita  in filigrana d’oro che doveva portarmi, a detta sua, una gran buona sorte, avendolo lui avuto da un’alcina siciliana…
Non so se il portento si è avverato. La vita è stata, per me come per tutti, un poco generosa e un poco no e a far bilanci e conti io non son proprio tagliata come sa bene la mia commercialista. Ma il ricordo di lui, dell’ingegner Amico, è sull’attenti e siccome ora se n’è andato, e senza bagagli, mi piace ricordarlo per com’era, condito, pur ingegnere, al pepe e al cardamomo in un mondo che mi par sciapo, senza sale, un mondo di lavatrici e Napisan e amuchina. Era, dunque, partiamo pure da qui, il padre di un compagno di classe dei gemelli, che non so per quali traverse vie della sua mente parlava - quando era in casa nostra e mia madre cicalava con il suo far mondano che la faceva di solito Regina - a me soltanto. Io, figlia minore, diventavo per lui Esterina e, mettendomi in tasca, mi portava, nel bel freschetto di quei giugni della protostoria, ad Ostia, alla Vecchia Pineta, insieme a sua moglie (piccola come me di sei anni) e alla Albina che era diventata bianca in casa loro. Oh la grazia di quelle mattine salse sulla rena nera! Lui, l’ingegner Amico, solo come un gigante egoista, metteva in testa una retina nera, che, insieme ai mutandoni da bagno neri pure loro, lo faceva somigliar a un dagherrotipo dei primi del Novecento, e via a nuotare. All’ora del desinare, sul tavolino esterno della cabina color neve e nontiscordardime, si sedeva una canestra di vivande, preparate dall’Albina. Tutti al desco. E se veniva, meschino, un vicino a far due chiacchiere, a ricamar pettegolezzi come s'usa fare in spiaggia, l’ingegner Amico smetteva di mangiare e si leccava, una per una, le dita per poi porgere la mano in segno d'amicizia… 

1 commento:

  1. ...la vita ti ha comunque dimostrato l'apprezzamento di persone "speciali" non so se è stata la margherita ;)
    ti abbraccio Rita

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