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mercoledì 31 ottobre 2012

Nel ricamo bianco di Ascoli Piceno

Ieri mattina, per amor di Elsa, sono andata, passeggiando in un solicello che scaldava l'anima, fino a Via degli Ibernesi a visitar, nella biblioteca delle traduzioni, una certa mostra (ma nientedichè davvero...) che raccontava, in lungo e in largo, i successi russi, inglesi e croati della mia Morante. E mentre camminavo, con un libro di Tagore appena preso alla Biblioteca Rispoli, mi è sembrato di udir, lontana, una vocina di donna. E mi chiamava. Ora, voi non so se conoscete Via degli Ibernesi, ma si tratta di una stradetta buia, romita, un serpente nero nero che sale su dal Tritone fino alla Piazza Barberini. E lungo la via, ve l'assicuro, non c'era anima viva. E vuota la biblioteca. La vocina però sì che la udivo e mi chiamava. Oddio, mi dico, è Dolores. Come ho potuto metterla nel cassetto nel mio inseguir solo la Elsa? E così, ritornando sui  miei passi, inghiottita dal tunnel che congunge il centro a Via Nazionale, ho ripensato al giorno in cui la conobbi, Dolores Prato, non in carne e ossa, ohimè, ma nel suo libro "Giù la piazza non c'è nessuno", che veniva presentato nelle buie stanze del Pio soldalizio dei Piceni. Io vi andavo, con i capo i casi miei, a far la cronista letteraria, come andavo in mill'altri luoghi per scrivere poi in redazione le mie  sessanta righe. Picena era la Dolores, ma solo d'adozione ché lei era nata a Roma, ma clandestina, sicché sua madre, già madre d'altri figli, l'aveva spedita a Treja con lo zio prete e la zia zitella e Perpetua e non ci si pensa più...
Seduta in non so più che fila, mentre i presentatori facevano il mestiere loro, presentando, io facevo il mio, perduta nelle pagine d'anima di Dolores. Da allora, la tengo calda nel cuore come si farebbe con una sorella buona. Anche io fui Picena una volta. In pullman, sola soletta, me ne andai ad Ascoli Piceno, bella nelle sue bianche piazze ricamate, a ricevere ben 260 euro per un premio letterario. Misera cosa, ma grande per me che allora sognavo di prender per mano Elsa e Dolores. Un attore lesse il mio racconto vincitore, un'assessore regionale di Rifondazione comunista mi premiò, una lettrice mi chiese persino l'autografo. La sera, sola, in albergo. Ricevetti una chiamata da un certo ragazzo, bello come lo sono le razze sabine, che doveva riparar non so più che cosa nella casetta di campagna. Gli dissi, vanesia, dov'ero e perché. E lui, per nulla ammirato e col doppio dativo, fece: "A me mi piace più chi le scrive 'ste parole..."
E forse, ora lo so, aveva ragione lui.

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