Pagine

giovedì 18 ottobre 2012

La lingua di Kalì


Io, dai medici, non ci vado mai volentieri. Neanche dal mio buon dottorino che ha studio sull’Appia Nuova e che, ricciolino com’è, mi fa una gran simpatia, non lo nego. Non vado, dicevo, forse un poco - già leggo lo stupore negli occhi di chi legge - per paura di scoprir gli arcani miei, ma un poco, anzi molto, perché di fronte a quei camici bianchi che odorano di varecchina o anche di nulla, che  sembrano ascoltare senza ascoltare, mi par di non avere né un passato né un futuro, di esser trasparente, o nuda ecco. Mi sento lì, creatura, senza storia né radici, in un assurdo presente che non finisce mai, in cui, per dire, ho la gola rossa, oppure il naso chiuso oppure mi tira forte un nervo o mi duole sotto lo sterno. I farmaci son quelli e poco male se in greco farmaco vuol dire veleno. Ognuno, dallo studio grande o piccolino, esce con la sua bella prescrizione di medicine, che poi lì sotto c’è anche pronta all’uso la farmacia per comperar pillole, pastiglie, creme, unguenti e cerotti…
Il mare di mio suocero. Ricordando il vecchio, adorabile Arnaldo...
Se chiudo gli occhi, torno bambina e rivedo la Mimma, di Campoli Appennino, che, in grembiule bianco, aveva un rimedio buono per ogni male. Se alla sera avevo il mal di gola, lei mi arrotolava intorno al collo il calzino che avevo usato nelle mie corse il giorno prima; odorava di vita, mettiamola così, certo, ma nelle mani sue, della mia maga ciociara, diventava una sacra benda benedetta da Ishtar; per le afte in bocca, strofinar sulla lingua di Kalì, mezzo limone: il pizzicore diventava dolce massaggio, io, occhi negli occhi di pepe della Mimma, che erano caldi, di madre. Per il mal di pancia, lei raccoglieva a mazzi in giardino l’acetosella e me la dava da mangiare condita con olio e sale. Buona non era, ma era ritinta nella terra madre. Al giorno dopo, con il calzino a mo’ di sciarpa, il mal di gola non c’era più e le afte via con il limone. E dopo l’acetosella condita, passavo a sgranocchiar la pinolata, che la Mimma faceva squagliando lo zucchero in padella e arricchendo l’oro bruno, che freddo diventava lastra, con i pinoli schiacciati con un sasso da me, giù in giardino, le dita di fuliggine, appiccicose di resina…    

1 commento:

  1. Fantastico il rimedio del calzino! non lo conoscevo e devo dire che mi piace un sacco!
    :)
    Buona giornata senza medici in camice di varecchina!
    Rita

    RispondiElimina