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mercoledì 31 ottobre 2012

Nel ricamo bianco di Ascoli Piceno

Ieri mattina, per amor di Elsa, sono andata, passeggiando in un solicello che scaldava l'anima, fino a Via degli Ibernesi a visitar, nella biblioteca delle traduzioni, una certa mostra (ma nientedichè davvero...) che raccontava, in lungo e in largo, i successi russi, inglesi e croati della mia Morante. E mentre camminavo, con un libro di Tagore appena preso alla Biblioteca Rispoli, mi è sembrato di udir, lontana, una vocina di donna. E mi chiamava. Ora, voi non so se conoscete Via degli Ibernesi, ma si tratta di una stradetta buia, romita, un serpente nero nero che sale su dal Tritone fino alla Piazza Barberini. E lungo la via, ve l'assicuro, non c'era anima viva. E vuota la biblioteca. La vocina però sì che la udivo e mi chiamava. Oddio, mi dico, è Dolores. Come ho potuto metterla nel cassetto nel mio inseguir solo la Elsa? E così, ritornando sui  miei passi, inghiottita dal tunnel che congunge il centro a Via Nazionale, ho ripensato al giorno in cui la conobbi, Dolores Prato, non in carne e ossa, ohimè, ma nel suo libro "Giù la piazza non c'è nessuno", che veniva presentato nelle buie stanze del Pio soldalizio dei Piceni. Io vi andavo, con i capo i casi miei, a far la cronista letteraria, come andavo in mill'altri luoghi per scrivere poi in redazione le mie  sessanta righe. Picena era la Dolores, ma solo d'adozione ché lei era nata a Roma, ma clandestina, sicché sua madre, già madre d'altri figli, l'aveva spedita a Treja con lo zio prete e la zia zitella e Perpetua e non ci si pensa più...
Seduta in non so più che fila, mentre i presentatori facevano il mestiere loro, presentando, io facevo il mio, perduta nelle pagine d'anima di Dolores. Da allora, la tengo calda nel cuore come si farebbe con una sorella buona. Anche io fui Picena una volta. In pullman, sola soletta, me ne andai ad Ascoli Piceno, bella nelle sue bianche piazze ricamate, a ricevere ben 260 euro per un premio letterario. Misera cosa, ma grande per me che allora sognavo di prender per mano Elsa e Dolores. Un attore lesse il mio racconto vincitore, un'assessore regionale di Rifondazione comunista mi premiò, una lettrice mi chiese persino l'autografo. La sera, sola, in albergo. Ricevetti una chiamata da un certo ragazzo, bello come lo sono le razze sabine, che doveva riparar non so più che cosa nella casetta di campagna. Gli dissi, vanesia, dov'ero e perché. E lui, per nulla ammirato e col doppio dativo, fece: "A me mi piace più chi le scrive 'ste parole..."
E forse, ora lo so, aveva ragione lui.

lunedì 29 ottobre 2012

Le stanze di Elsa e di Ester


Ricordo: era un pomeriggio ed ero in redazione al numero tal dei tali di Piazza San Silvestro, in un bianco palazzo di re che apriva la bocca sul Corso; gli occhi miei andavano e venivano dallo schermo del mio computer al campanile, in quadro nella finestra lucente, della Chiesa di San Silvestro in capite. La torre color crete di Siena danzava le sue piroette, mostrando un girotondo di cotti oltremare…
Io ero tornata or ora da una conferenza stampa, una delle tante, tantissime che mi han ospitato, e mi apprestavo a scrivere il mio pezzo, né bello né brutto, chiedo misericordia, un articolo che il giorno dopo nel suo bel giornale, a Mezzogiorno, si sarebbe potuto appallottolare per passarlo sui vetri  o, come diceva il mio caporedattore, per incartarci il pesce… Scrivo e poi, via, un giro su internet. E il mio pezzo, bè, non proprio il mio, ma più o meno, con la messa in piega un po’ storta o i capelli corti o ritinti, è già lì, notizie e pettegolezzi, tutto in uno. Capii allora che un’epoca era finita. E quando la redazione romana mia chiuse lasciandomi a piedi non mi sorpresi poi tanto. Proprio oggi è tornato in me prepotente quel giorno di verità. Ero uscita, sotto un cielo percorso da velieri di nubi, per andare – beata – a godermi la mostra aperta alla Biblioteca nazionale, su Elsa Morante  (che amo e che mi è sorella). Cammina, cammina, la pioggia comincia a cadere. Sono lì. C’è Elsa nei libri che ha scritto e in quelli abbozzati; Elsa in tante foto, con l’ovale di bisquit, le labbra sottili. Elsa nelle lettere e nelle poesie. C’è la sua macchina da scrivere, in trono, e un quadro (bruttino) di Bill Morrow (che la fece tanto soffrire…). Elsa nelle stelle e nei gatti. Ci sono dei racconti dattiloscritti che, nelle teche di vetro, si fermano a pagina uno… Torno a casa, piena di appunti, con il sogno di leggere i racconti iniziati, china sul vetro. Picchio sui tasti del mio computerino. Ed ecco, nel sito “Le stanze di Elsa”, “La casa dei Sette bambini” e “Il mondo Marte è cascato”. C’è tutto, c’è molto molto di più… Ma i quaderni di Elsa piccina, con su le pupe coi fiocchi nei capelli e i gatti e le stelle, io li ho visti davvero e mi consolo così e se non avessi smesso di scrivere articoli non sarebbe nato questo blog piccolino, di stelle e di gatti anche lui…

venerdì 26 ottobre 2012

Campane a Sisto Vecchio


Due volte a settimana, forse al martedì e al giovedì, andavo a lezione di pianoforte da Suor Maria Grazia, bianca e rotonda negli occhiali e nell'abito sciolto di domenicana. Fino a gennaio si studiava sul Clementi e poi si passava alle sonatine – a volte era Mozart, altre Paderewsky - che dovevano accompagnarci, mani e cuore, fino a giugno quando nell’aula magna dell’Istituto Sisto Vecchio, affacciato sulle ombre della Passeggiata Archeologica, naso a naso con le Terme di Caracalla, si celebrava il rito del saggio. Musica e scenette. I genitori, in platea, seduti in sedie che dall’alto del palco parevan conchiglie color porpora, si scioglievano alle prodezze nostre, povere cose…
A fine anno, la gloria; durante l’anno, lo studio. Le stanze musicali, che guardavan sul cortile, avevano ognuna un bel piano ritto, schiena contro il muro, di color bruno o castano, ed erano infilate a collana, l’una dentro l’altra, sicché se ti capitava, mettiamo, di esser nell’ultima dovevi prima attraversar le altre dove altri come te battevano sui tasti neri e bianchi inseguendo melodie, il lago di Como e la marcia turca, in un gioco di sguardi... Fuori, le bambine, in grembiule bianco con gran fiocco rosa sotto la bazza, giocavano all’elastico (che al Mater Dei, per carità!) in attesa delle mamme. Io: le mani sulla tastiera, sguardo e cuore in cortile, dove si consumavano quei giochi paesani piegati oramai nel dimenticatoio. Un giorno, nell’uscire dalla lezione, una bambina mi si fa vicina: “Vuoi giocare a Campana?”. Per me, del Mater Dei, quel gioco si chiamava hopscotch, nome che lo faceva diventare vanitoso; per loro, Campana. Giocammo, saltando su un piede solo, raccogliendo, chinate a squadra, il sassolino, nel riso d'argento della protostoria. Giocammo finché si accesero i lumi della strada. E oggi, ancora, per me, il paradiso è racchiuso dietro ai verdi cancelli dell’Istituto Sisto Vecchio, nel macramè tracciato col gesso sul grigio cemento che, a ripensarci ora, somigliava proprio a una campana… 

martedì 23 ottobre 2012

Nel respiro del mistero


Di notte il nume mi chiama; nel sogno più vivo del risveglio, mi par di vivere, tutta quanta rotonda, mentre nel sole è pallido velo il mio pensiero e i miei gesti di screpolata farina. Dormo, sogno e nel sogno sono lì, tra i fantasmi che mi riportano per mano, indietro nel tempo, a ritroso, sui passi alati del divino Mercurio, fino alla mia antica primavera, quando correvo a letto, bambina, per sognar la nuova puntata del mio futuro…
Io amo Elsa Morante e questi sono disegni suoi, proprio suoi...
Ero una cosina bionda, di sett’anni o poco più, tutta quanta perduta nel pensiero di Dio, quando incontrai per la prima volta il mistero. Ricordo, oh come lo ricordo, ricordo che ero a Cala dei Gigli, e che ero andata a dormire (una gran concessione di mia madre, contraria di solito a mescolar babele) dalla mia amica Silvia che aveva Giovannino e  anche una Barbie con una coda di cavallo che, se tirata, cresceva arrivando fin oltre la vita. Ricordo l’assoluta felicità di quella serata, io e lei, a cena, davanti al tremulo indaco del mio mare sardo. Ricordo l’emozione di lavar i denti con lei, con la Silvia e poi in camicia da notte, tutte e due bionde, tutte e due bianche silfidi di grazia. A luce spenta, lo sgomento. Volevo tornare a casa, dovevo tornare a casa. Ora, eccomi, sono un fagotto in braccio a mia madre, nel frinir folle dei grilli, e io, a occhi in su, ricordo le stelle, tante indifferenti, lucenti, lontane. Io come loro, nel  respiro mistero…

La mia ottobrata


Il fine settimana scorso, quello, per capirci, appena divorato da Crono,  per tre giorni di fila, il Rione Monti ha festeggiato  la sua ottobrata monticiana. C’è stato uno spettacolo teatrale nella casa che fu di Ettore Petrolini in via Baccina non so più che numero e su Via dei Serpenti, svuotata dalle macchine, ecco allestito un palco, zeppo di batterie, per far suonare e cantare  i gruppi alla moda finché la carrozza non si trasforma in zucca. Nella piazza della Madonna dei Monti si mangiava (che cosa non lo so) e in Via degli Zingari si potevan trovare borse, collanine e altro artigianato che non era vintage, ma che aveva ben quell’aria lì. C’era, ovunque, una gran folla, giovani e ragazzi, ma anche famiglie, cagnolini e gente, come si dice, di una certa età. E c'era molta, molta birra. E c’era persino un ragazzo che distribuiva delle belle piantine del rione, con tutti gli sponsor a fare il girotondo intorno e i luoghi dove riunirsi per fare, che so, un laboratorio di disegno. Oppure per godersi uno spettacolo di Cabaret. Tutti a distrarsi, tanto è gratis, perché i tempi sono grami  e stando insieme, nel rumore, si scaccia bene la malinconia o così pare…
Maschera a Salerno
Io, dall’alto della finestra di una conoscenza mia, mi sono goduta lo spettacolo nello spettacolo: il viavai, difficile da decifrare, della moltitudine che è sempre, per me, un bel vedere. Di notte, invece, tentavo di  dormire, tra le canzoni rock e pop che appoggiavano il capo sul mio cuscino, ma quando ho sentito “Roma capoccia”, un richiamo, mi sono tirata su perché, d’un tratto, in quella voce bianca, senza accompagnamento musicale, mi è sembrato di riveder, con gli occhi dell'anima, la Madonna dei Monti, nella sua nuda semplicità,  apparecchiata in stile rustico, romanesco, quando si celebrava l’ottobrata con i tavolacci di legno, gli stornelli, il vino dei Castelli, le salsicce e quando Don Federico, il parroco, montava su uno spettacolo con i chierichetti (ora uomini fatti), spogliati dell’abito di lino loro, a far da attori  magri di sugo. E senza cabaret.

domenica 21 ottobre 2012

Caro Francesco

Ieri o forse l'altro ieri non me lo ricordo più tanto sono sempre uguali le notizie e i visi noti e meno noti che le raccontano con quei toni un poco comici (secondo me) da fine del mondo; ma insomma, ieri o l'altro ieri tanto che fa, guardando il telegiornale, mi trovo davanti il faccione bruno del signor Schettino, con quegli occhi rotondi, che paiono sempre in cerca di mammà e mi sono detta, oh per Bacco, ma io questo comandante al sapor d'acqua dolce qui lo conosco già. E, ingranata la marcia indietro come sono solita fare in questo blog, torno indietro di due manciate d'anni ed eccomi, in compagnia di un certo giornalista dal sacro nome romano -  che ora è direttore di un servizio Rai che però tengo per me - sulla banchina del porto di Antalya in Turchia. Siamo in cerca, io e lui, di un caicco che ci porti in giro per le coste turche ad ammirar spiagge, panorami, tombe licie, mare turchino; il riposo dopo Efeso e Pergamo e le visite a quell'incanto dell'anima che, per me, è e resta Istanbul. Gira che ti rigira troviamo il caicco e il suo comandante, tutto Schettino, nei modi, nei colori, nella stazza: un simpaticone. Ed eccoci, con un gruppo di olandesi, una danese(la ragazza del comandante) e un'inglesina  via per mare lungo le rotte degli achei in quell'Asia minore che studiavamo, noi del classico, sui libri e che ora è di sole e d'aria e viva e fresca tutt'intorno a me. Che gioia, che paradiso!
I gigli di Cala dei Gigli, i miei gigli
Si comincia male, però. Un'improvvisa tempesta mette le stoviglie sotto il tavolo e il tavolo sul ponte dove, tutti chinati a squadra stanno gli olandesi che non han mangiato (come me) mele e gorgonzola e quindi poveracci. Ma il peggio deve ancora venire e arriva con le tenebre quando il Comandante decide di portarci tutti quanti a cenare da un suo amico che ha un ristorantino su una spiaggia di cui non rammento il nome. Evviva, che bello, al chiar di luna... Il suo dinghi è un canotto arancione che al massimo può portar, facendo un rapido calcolo postumo, cinque persone. Invece lui, il Comandante che fa: porta tutte le ragazze e non ascolta le proteste degli olandesi che in matematica si sa van forti, non come noi. Saliamo tutte quante, come oche santissime, ubbidiamo al comandante che ne sa di sicuro più di tutti gli olandesi insieme. Saliamo e, fatto un metro con il remo a pagaia, inizia a entrar l'acqua. L'inglesina urla: non sa nuotare. E per fortuna che, in squadriglia, sono arrivati gli olandesi, tutti già in costume. Non come il Comandante in vestito da sera...

venerdì 19 ottobre 2012

La strega Amelia e la piccola Medusa

I vasi di viole e di calendule, più in basso, sulla destra, il tondo mio, le foglie di serpente come i capelli di Medusa








Quando il maggio odoroso faceva fiorir le rose lungo il contorno della ringhiera ricamata che correva tutt'intorno alla villa romana e le cantilene smeraldine, in volo pazzo, le abitavano rendendole vive, giungevano, a cavallo di una scopa, nonna Stella e la sua migliore amica Amelia Stacchini. Dio, i suoi occhi! Ancora adesso, che il cielo è quasi rosso per il fiato del drago, li ricordo come li avessi davanti. Erano occhi liquidi, d'acqua e di bosco; le pupille, di pepe, affogate nel mare ignoto del caos, come in un placido e assassino bagno primordiale... Portava, l'Amelia, oltre a un nome da fattucchiera (per noi bambini cresciuti a pane e Walt Disney...), un collarino di velluto nero che pareva, ai miei occhi, staccare il corpo dal capo e viceversa, in un gioco feroce di vedo e non vedo. Vedevo i suoi occhi e sotto nulla. Vedevo un mistero. L'Amelia era pittrice. Ogni visita, un mazzo di fiori dipinti a olio su tavolette di legno: violette e nasturzi e tenere ortensie, fiori ordinati, a volte inventati, coi piedi a sciacquare in vasi di vetro, ceramica o chissà cosa. Rose, mai. I fiori recisi finivano, folla di flora, sulla parete in cucina, tra gli sbuffi di mia madre...
Un giorno, l'Amelia arrivò con un quadro piccino, un tondo di fiori, senza vaso, eran fiori spettinati, selvaggi e, torno torno a petali e pistilli, un crepitar di verdi foglie, risvegliate e ritte come spire di serpi in agguato... Lo diede proprio a me, il suo quadro, a me che ero la più piccolina e senza diritto di voto. Me lo regalò e insieme al dono un pensiero, il suo, da donna vecchia a donna piccola: "Per  Ester, che ancora non sa di essere una scintilla dell'oscurità". Seppi, molti anni più tardi, che Amelia era morta in ospedale. L'aveva uccisa una sigaretta fumata dalla vicina di letto. Morì tra le fiamme, l'Amelia. Il fuoco, prima scintilla poi baleno. Il fuoco del suo mistero, che è  di tutte le donne (molte, ignare...), e anche il mio.
Questa sono io, nel mio azzurro, che scendo nelle cisterne di Istambul , fino alla mia Medusa...

giovedì 18 ottobre 2012

La lingua di Kalì


Io, dai medici, non ci vado mai volentieri. Neanche dal mio buon dottorino che ha studio sull’Appia Nuova e che, ricciolino com’è, mi fa una gran simpatia, non lo nego. Non vado, dicevo, forse un poco - già leggo lo stupore negli occhi di chi legge - per paura di scoprir gli arcani miei, ma un poco, anzi molto, perché di fronte a quei camici bianchi che odorano di varecchina o anche di nulla, che  sembrano ascoltare senza ascoltare, mi par di non avere né un passato né un futuro, di esser trasparente, o nuda ecco. Mi sento lì, creatura, senza storia né radici, in un assurdo presente che non finisce mai, in cui, per dire, ho la gola rossa, oppure il naso chiuso oppure mi tira forte un nervo o mi duole sotto lo sterno. I farmaci son quelli e poco male se in greco farmaco vuol dire veleno. Ognuno, dallo studio grande o piccolino, esce con la sua bella prescrizione di medicine, che poi lì sotto c’è anche pronta all’uso la farmacia per comperar pillole, pastiglie, creme, unguenti e cerotti…
Il mare di mio suocero. Ricordando il vecchio, adorabile Arnaldo...
Se chiudo gli occhi, torno bambina e rivedo la Mimma, di Campoli Appennino, che, in grembiule bianco, aveva un rimedio buono per ogni male. Se alla sera avevo il mal di gola, lei mi arrotolava intorno al collo il calzino che avevo usato nelle mie corse il giorno prima; odorava di vita, mettiamola così, certo, ma nelle mani sue, della mia maga ciociara, diventava una sacra benda benedetta da Ishtar; per le afte in bocca, strofinar sulla lingua di Kalì, mezzo limone: il pizzicore diventava dolce massaggio, io, occhi negli occhi di pepe della Mimma, che erano caldi, di madre. Per il mal di pancia, lei raccoglieva a mazzi in giardino l’acetosella e me la dava da mangiare condita con olio e sale. Buona non era, ma era ritinta nella terra madre. Al giorno dopo, con il calzino a mo’ di sciarpa, il mal di gola non c’era più e le afte via con il limone. E dopo l’acetosella condita, passavo a sgranocchiar la pinolata, che la Mimma faceva squagliando lo zucchero in padella e arricchendo l’oro bruno, che freddo diventava lastra, con i pinoli schiacciati con un sasso da me, giù in giardino, le dita di fuliggine, appiccicose di resina…    

mercoledì 17 ottobre 2012

Il figliolo di Quark


Mi capitava, e ora non più, di trovarmi, per motivi di famiglia, dalle parti di Via Veneto, lì dove la via Boncompagni si tuffa in piazza Fiume, in quell’angolo di Roma Nord, di banche e uffici, che mi sta un poco stretto al cuore. Parcheggiavo, di solito, la mia Cinquecento color neve usata, e me ne andavo bighelloni, nel vorticar dei minuti in attesa, a caccia di tesori. E li trovavo, lì pure. La piccola Fonte Ludovisia che pare sgorgare dai laterizi di cotto delle Mura Aureliane, un certo palazzo scrostato, romito, color giallo uovo che guarda, perplesso, il dirimpettaio, alto, d’acciaio, con gli occhiali da sole. Da questo certo palazzo che  si misura con gli altri da sotto in su, ho visto più di una volta uscire, correndo come il coniglio di Alice, un certo politico della Prima Repubblica, un tale Paolo con doppio cognome, che fu ministro del Bilancio e sempre parlamentare e acuto osservatore, di sguincio, delle cose nostre italiane .  Ma via, non è di questo signore qui   (che , pure, oggi, con i tempacci che corrono, quasi mi manca…) che voglio parlare, ma di un conduttore televisivo. Sì, sì, aspettate e vedrete, nel prossimo capoverso…
Dunque, una mattina, ero lì, in Via Sicilia nella mia consueta attesa di noia, quando d’un tratto vedo da lontano un tipo sportivo, in blue jeans, e berretto americano, a becco di papera. Ha un certo modo disinvolto di metter una gamba di fronte all’altra e di ratto, mi è davanti: oh, carino, pensai, è Alberto Angela. Ammirai quel suo esser uno di noi, casual, un mortale. Sparì, inghiottito dalla lontananza di fronte al liceo Righi. E io, croce, morto lì, quando, all’improvviso, appare sulla via una macchina d’argento , un  siluro, lungo da qui a lì, che non finisce mai.. L’astronave di Balle spaziali. Alla guida, senza cappellino americano, aveva tutt’un’altra aria, che pareva il palazzo di vetro e d’acciaio del Paolo di prima… Dietro di me, una voce toscana fece giustizia: “Ovvia, oh quello ‘un è mica il figliolo di Quark?”.

martedì 16 ottobre 2012

Di Gianna e del Rione Monti


Ci s’aspettava, ieri, qui a Roma, Noè con la sua Arca, tra il Boschetto e i Serpenti; salvi loro, gli animali; giraffe e pappagallini. A nuoto, noialtri peccatori e che Dio ci perdoni. Io, il naso al cielo, inquadrato dalla finestra della mia cucina, che guarda,  in basso, su un cortile interno, arruffato di travi e vernici e, in alto, il terrazzo di una certa signora di eleganza raffinata e occhi pervinca, che ora, così si dice nel condominio, ha venduto a certi petrolieri russi che vogliono costruire una piscina, lassù, con vista sul Colosseo, nel volo pazzo dei colombi. Ed ecco il vicinato in chiacchiere a temere altra acqua a piovere in capo…
Io, fin dal mattino, avevo detto ai miei che la pioggia, sì, ci sarebbe stata, ma l’uragano, nossignore. Lo dicevo, senza le arti psioniche (che mi attribuisce il figliolo), perché ho imparato da una mia antica dirimpettaia, Gianna, a tastar le nuvole e il tempo dalla mia finestra che è per me Stonehenge, tutta quanta romana. Oh, Gianna, cucinata in salsa monticiana, cresciuta tra Baccina e il Foro d’Augusto, quando questo Rione della protostoria  era ancora un quadretto di Roma sparita, nelle incisioni di Bartolomeo Pinelli. Gianna, con lo sfratto, non c’è più e al mattino presto, invece dei palloncini colorati che, dal balconcino suo, faceva danzar nell’aria con dita e naso per divertir Leonardo, mi ritrovo ogni giorno, naso a naso, con un turista nuovo. Ieri sera, un simpaticone riccioluto in braghe e basta, mi ha salutato a modo suo, nel buio sgocciolante, facendo  prima ballare la danza del ventre al suo cappello di paglia di Firenze e  poi, zacchete, una piroetta e un inchino. Alla faccia del diluvio universale.

Sunshine family


Madre non ne ho avuta una; zie tante, a scialare, ché mia madre, tempo per me non ne aveva e dunque dai a mandarmi di qua e di là da zie vere o immaginarie. Piccola, forse di cinque anni, fui mandata a sciare da una zia Maria Teresa (alla quale ora, sul serio, mi vien da dar del lei tanto è austera e al de profundis), fui  impacchettata e spedita a sciare con questa zia, che aveva un mucchio di figli già di suo, a Madonna di Campiglio. Tornai, parlando milanese: “Sono pasata soto le bachetine, nè…”.
Più avanti (ma poco più), eccomi a Cortina con la zia Beatrice che, ancora oggi, è più che zia nel mio cuore. Di lei, l’abbraccio negli occhi nocciola. Mi lasciava libera e libera conobbi, sui campi di neve, la figlia di Ciccio Cordova che di nome faceva Roberta e che aveva anche una mamma famosa. Questa mamma qui (che, vivaddio, non mi era zia), come dimenticarlo, mi portò una mattina di neve di zucchero lungo il Corso d’Italia da Vebi giocattoli, e mi regalò la Sunshine family. A me! Tale e quale a quella di Roberta. Ah, quelle tre bamboline, che conservo ancora come una promessa di felicità!
E' la mamma della Sunshine familly,  con il vestitino originale e in braccio ha il suo bebè!
Mia madre non aveva tempo per me. Ma neppure per Marco. Un mattino col velo, bianco di neve fitta, sulla pista di Socrepes, tutti i bambini, aiutati dai genitori premurosi, cercavano il maestro loro, a formar le squadrette, nel batter del tempo e degli sci. C’era anche Marco, forte solo dei suoi otto anni. Solo. Non trovò il maestro e, solo soletto, scodinzolando giù per le montagne di farina, se ne tornò a casa, sognando, anche lui, una sunshine family…

domenica 14 ottobre 2012

Una rivoluzione di nome Raffaella


Al Mater Dei, la politica era masticata soltanto dalle grandi, in quell’Espresso che sembrava fumare, proibito, sporgendo appenda dal bauletto di Gucci. In terza liceo, stirata nella sua uniforme di Zingone, c’era, una di noi, la figlia di un famoso giornalista radicale che, si può ben dire,  predicava il divorzio e l’amore libero in piazza, tenendo, però, la figliola (bella e di nome Silvia), chiusa in convento… La politica, così, se ne restava, penitente, fuori dal portone color castagna, seduta all’ombre della Salita di San Sebastianello. Il portone nostro era difeso, giorno e notte, da Otto, il portiere, con su la sua bella divisa grigia, che aveva una casetta scura, aperta sulla destra, lì dove oggi si dà un mucchio d’arie l’ingresso bianco e verde del British Council. Noialtre, in cappella, a recitare sano un mistero del Rosario. La rivoluzione poteva aspettare. E aspettò.
Batte il tempo i suoi rintocchi nell'azzurro...
La politica ebbe, nella mia vita, il grazioso nome e il bel viso di Raffaella, che trascorse con me, quattordicenne, una vacanza a Camp Ireland, ai confini della grigia Dublino. Mi parlò, lei che andava all’Azzarita, dei collettivi (oddio, che cos’erano?), delle assemblee (io, al massimo, facevo l’agape al secondo piano, dopo le comunioni…) e delle manifestazioni dove, mi disse, si protestava, si gridava e soprattutto si incontravano un mucchio di ragazzi carini. Mi mostrò i suoi jeans con su scritto un nome: Bob. “E’ il tuo ragazzo?”, le domandai, senza scherzi, ché mi pareva l'unica spiegazione logica. Ho ripensato a questo e ad altro, quando il dodici ottobre, passando, con l’oro in bocca, davanti a una scuola tal dei tali, ho acchiappato al volo questa conversazione. “Ce vieni a manifestà?”, fa un ragazzo a un altro. Il secondo dice: “Boh”. E un terzo lo galvanizza così: “Eddai, annamo a tirà i sampietrini ar centro…”   

venerdì 12 ottobre 2012

Madonna Angelica


Ad ogni gravidanza (e ce ne furono ben quattro, ogni volta due a scivolo), la bella Angelica, che al Mater Dei aveva resistito – col Sacro Cuore in cuore – appena una manciata d’anni, non mancava mai (ci mancherebbe!)di telefonare alla povera Cristina, sua ex compagna di banco - che al Mater Dei aveva fatto dalle elementari al liceo -  e che desiderava molti pupi, invano, come la volpe l’uva.
Una Madonna lignea ad Amalfi, bella di grazia e di splendore, col suo bambino già segnato dal corallo, sangue di Medusa.
Aveva, nel chiamare l’amica, un modo tutto suo l’Angelica, a spirale, mellifluo direi. Partiva dalle Forche caudine, indugiava sul colore dei capelli di Annibale, si perdeva nella descrizione della casa di Augusto  e poi, di schianto, la cicogna. Alla povera Cristina toccava digerir lo sgomento e finger contentezza per l’amica che aveva un marito niente di che (e anche scolorito) ma pieno di blasoni e che, tra un pancione e l’altro, stava mettendo su una squadra di calcio mentre lei, a bocca asciutta, e al palo attendeva ancora il principe o chi per lui, pazienza. Al terzo figlio, l’Angelica comunicò all’amica la buona novella: poteva di grazia far da madrina al pargolo così da avere almeno, scherzò, ridendo, mezzo figliolo che di certo è meglio di nulla. Concetto ribadito più e più volte da lei, ridente, durante la cerimonia e il ricevimento del battesimo, tra amiche, amici e chi era lì. Che ridere. Ma ride bene chi ride ultimo. Perché quando l’Angelica comunicò all’amica che era per la quarta volta incinta, la povera Cristina, nel frattempo inanellata, ebbe la rivincita: aspettava anche lei  e ben quattro gemelli. “Siamo pari!”, disse l’Angelica. “Niente affatto – rispose la Cristina – dimentichi che io ho anche il mezzo figliolo tuo del quale son madrina…” Il silenzio dell’Angelica segnò il punto della vittoria: quattro a quattro e mezzo.

martedì 9 ottobre 2012

Una margherita d'oro per la vita


Alla vigilia delle mie nozze, insieme al crepuscolo indaffarato a stender il suo velluto d’indaco, appuntato all’aria con un luccicar di stelle, arrivò per me al cancello color ruggine, che separava il giardino dalla strada, l’ingegner Amico. Suonò, io di corsa, al confine di seta tra una vita e l’altra. Aveva un dono per me, quell’ingegnere grande e grosso, reso piccino dagli anni, che aveva già pronte - e io non lo capii - le valigie per salir sul treno del suo destino. Il dono era (ed è) un piccola margherita  in filigrana d’oro che doveva portarmi, a detta sua, una gran buona sorte, avendolo lui avuto da un’alcina siciliana…
Non so se il portento si è avverato. La vita è stata, per me come per tutti, un poco generosa e un poco no e a far bilanci e conti io non son proprio tagliata come sa bene la mia commercialista. Ma il ricordo di lui, dell’ingegner Amico, è sull’attenti e siccome ora se n’è andato, e senza bagagli, mi piace ricordarlo per com’era, condito, pur ingegnere, al pepe e al cardamomo in un mondo che mi par sciapo, senza sale, un mondo di lavatrici e Napisan e amuchina. Era, dunque, partiamo pure da qui, il padre di un compagno di classe dei gemelli, che non so per quali traverse vie della sua mente parlava - quando era in casa nostra e mia madre cicalava con il suo far mondano che la faceva di solito Regina - a me soltanto. Io, figlia minore, diventavo per lui Esterina e, mettendomi in tasca, mi portava, nel bel freschetto di quei giugni della protostoria, ad Ostia, alla Vecchia Pineta, insieme a sua moglie (piccola come me di sei anni) e alla Albina che era diventata bianca in casa loro. Oh la grazia di quelle mattine salse sulla rena nera! Lui, l’ingegner Amico, solo come un gigante egoista, metteva in testa una retina nera, che, insieme ai mutandoni da bagno neri pure loro, lo faceva somigliar a un dagherrotipo dei primi del Novecento, e via a nuotare. All’ora del desinare, sul tavolino esterno della cabina color neve e nontiscordardime, si sedeva una canestra di vivande, preparate dall’Albina. Tutti al desco. E se veniva, meschino, un vicino a far due chiacchiere, a ricamar pettegolezzi come s'usa fare in spiaggia, l’ingegner Amico smetteva di mangiare e si leccava, una per una, le dita per poi porgere la mano in segno d'amicizia… 

lunedì 8 ottobre 2012

Panini fritti


Il menu in casa Ponti era sempre lo stesso, secondo le norme igieniche di mia madre Regina, un menu al brodo nero spartano: pasta rossa, fettina e insalata. Dolce, per carità , frutta e basta. Per companatico, le nuvole mute di mio padre e gli incessanti motteggi e belati dei gemelli (che facevan ridere loro due soltanto).  Impossibile fare un discorso, figuriamoci cucire insieme, per dire, pane, Cartesio e Peter Pan… Un pianto. Ci pensava la Mimma, quando restava dopo le due del pomeriggio  portare in tavola la primavera. Al giovedì, con il sole o con la pioggia, ecco serviti, in una montagnola rossa, con su un pinnacolo di neve al parmigiano, gli gnocchi di patate , per la gioia di Marco e anche mia. A volte, in arlecchino, la Mimma preparava i panini fritti e le mozzarelle in carrozza. Quasi mi schifava, da quanto mi piaceva, quell'odor capriccioso di  frittura che navigava nell’aria il pomeriggio sano, mentre dormivano, sui pannicelli di carta da pane, le rosette bionde e le mozzarelle col cappotto di pelle di castagna. Mangiavamo con le mani e mia madre, per miracolo, lasciava correre…
C’erano i panini fritti della Mimma e, al ritorno da Cala dei Gigli, l’uovo sbattuto di Sormario che si faceva mantello bianco da tanto picchiar , torno torno, alla tazza. Per lui e per la Mimma, salute era carne, statura, taglia robusta, il contrario di adesso. Così quando a mia sorella dicevano: “Oh, come stai bene!”, quella, meschina, cominciava la dieta…
La foto è così così, ma la bennibag di velluto indaco con pizzi è bella...

giovedì 4 ottobre 2012

Un grillo a Piazza Venezia


In questo quattro d'ottobre, tutto di San Francesco, che pare vestito d'estate, tanto è calda l'aria, fragrante d'oro di sole incartato in una sciarpa di seta, scendevo in compagnia dei miei pensieri un poco grigi, zigzagando nel traffico matto della mia Roma, per arrivar dai Mercati di Traiano a piazza Venezia, a sbrigare le faccende quotidiane che sono poca cosa, ma grande, a ripensarci, in questa vita fatta d’ore e di minuti e anche di delusioni.
 Andavo, alta nelle mie belle scarpe scollate di Borini, quando, d'un tratto, tenendo a mano destra il gran palazzo bianco delle Assicurazioni General che pare sfidare la mole del Vittoriano, lì dove il marciapiedi si popola di motorini che stanno fianco a fianco con le biciclette a nolo del Comune, tra i rombo dei motori e il vociare mondano delle grandi città, sento, distinto, un frinire di grillo. Mi fermo, come un segugio a caccia in odore di preda, m’impenno sui tacchi e vado avanti di tre passi e poi indietro di uno per localizzare il grillo. Ma niente da fare. Quando mi par di aver raggiunto la meta, sento il cri cri più su oppure più giù, ma certo non dove sono io. Da lontano e poi da vicino, ora sono per strada, solo il grillo sento. E allora, senza neppure chiudere gli occhi, mi è parso di essere in volo, sul tappeto volante di Aladino, portata in trono a Cala dei Gigli, nella notte lucente delle estati mie sarde: in capo, solo il firmamento nero trapunto di stelle, e tutt’intorno il respiro delle onde nell'odore salso del mare e i grilli in amore. Scendevo in spiaggia, sola, per incontrare Carlo. L’anello d’oro della riva si allontanava mentre la barca ci portava, tossendo, fino alla spiaggetta del Morto…   "A signo' guarda che qui nun se po' sartellà come 'n grillo, qui ce parcheggeno i taxi, sveja!" . Un grillo parlante...

mercoledì 3 ottobre 2012

Amado mio


Me lo ricordo bene, oh benissimo, come potessi toccargli guance e naso proprio adesso, sfiorandolo con la punta delle dita: me lo ricordo - come potrei scordarlo - Jorge Amado, sorridente, di  pan di zucchero, seduto  su una di quelle poltroncine da fiera in una delle stanze del Salone di Torino di non so più che anno fa. Siamo in tre: lui, io e un giornalista dell’Ansa  il cui nome non mi sovviene, ma era  un tipo mingherlino  e piccolo da tenere nel taschino. Siamo Amado, lui e io. Amado  risponde alle domande, il giornalista le pone e io devo tradurre in portoghese al primo le domande e al secondo le risposte. Ma il giornalista ne sa assai meno di me dello scrittore brasiliano perché io, Amado l’ho letto tutto quanto, garofano e cannella. E poi , ventenne, fresca di laurea, avevo fatto, di letteratura brasiliana, ben due annualità e altrettanti esami con il professor Giorgio Marotti che era ed è, una simpatia rotonda e barbuta al pari del mio Amado. Così più che un’intervista, fu una chiacchierata tra noi due…
L'Amazzonia, vista da mio fratello Marco

Sono io, dunque, a muover la bacchetta: Amado mi parla come a un’amica  e il giornalista, oh lui, scrive, scrive,  o forse solamente tiene il registratore sotto la bazza nostra.  Finita l’intervista, arrivederci e grazie ché io son lì  sotto la Mole a far da addetto stampa in una casa editrice, mica a far la giornalista! Tornata a Roma, ricevetti dal caporedattore cultura dell’Ansa una chiamata: volevo mica sostituire una maternità per il mese intero d’agosto? Non di più . Gli domandai se prospettive ce n’erano e mi disse , scherzando o chi lo sa, sì, ce n’erano, se conoscevo il ministro degli Esteri. Lascio indovinare a voi la  mia risposta e me la rido, ora che di anni ne sono passati assai, perché all’Ansa non lavorai mai né mai conobbi il ministro degli Esteri ma per Amado l’Ansa sono io…
 

lunedì 1 ottobre 2012

Ermes bambino


Chi mi segue in questo piccolo blog, avrà fatto sovente con me, lunghe passeggiate romane sui sentieri del mio personale gusto, di arsenico e merletti, che tutto è tranne moderno perché io , pur vivendo, piedi in crosta, in questo nuovo millennio, mi sento tutta quanta, radici e corpo e anima, imbastita e poi cucita in quello che ci siam lasciati dietro le spalle, il buon vecchio Novecento. Il mondo, allora, non era ancora rovesciato, come quello raccontato da Cocchiara...
Una colonna, sola, soletta, davanti ai templi di Paestum...
Ma su, basta girarsi a guardar dietro le spalle e via, sull’ali  dei calzari di Mercurio, vi conduco  in piazza Sant’Eustachio, dove vi offro il marocchino più buono di Roma e poi una vista in prima fila sul merletto a macramè della cupola color neve di Sant’Ivo alla Sapienza. Ma siccome, per me, voltar lo sguardo indietro è richiamo di sirena, mi giro a osservar la Basilica di San’Eustachio , bella, romanica e , a me, del tutto sconosciuta. Oddio ma che cosa c’è là in cima alla facciata, lì, lì, sul colmo della basilica, proprio  sotto alla croce? Oddio, ma che c’è mica il diavolo? Di certo è un essere cornuto, ma di più non lo distinguo… Ed ecco, voilà, di nuovo il mio Cocchiara... Pianto lì la tazza, mi alzo, misuro due passi in avvicinamento, tempero lo sguardo, facendomi ombra con la mano stesa, ma, ohimè, niente vedo.  “C’è un cervo!”, fa una voce di bambino. E continua: “Il cervo di Eustachio. Io lo vedo dalla finestra”. Oh bella, mi dico, che grazioso bambino. E quello, prima mi fa una lingua di Menelick, poi, bang, con indice puntato a pistola, spara alla selvaggina sul tetto che scotta e, infine, via, a razzo, camminando come Ermes nel verso della schiena…