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venerdì 14 settembre 2012

Un diavoletto col compasso

Nel bel fresco di questo settembre che mi par nuovo, come appena emerso dalla spuma del mio mare, stupefatta, osservo mio figlio oramai liceale. Alto, moro, giovanetto e mi par ieri (e non è) che me lo portavo al collo,  crisalide, come fosse ancora una parte di me. Suo, il mondo; mio un cantuccio nel dorato crepuscolo della mia dopo-storia...
Arrotolavo, nel guardarlo marciar d'allegria, con il suo zaino turchino, verso la bocca aperta di drago Boncompagni, del liceo Visconti, questi e altri pensieri, un giorno qualsiasi di questa settimana fresca di pioggia settembrina, quando, oddio, ma non sarà mica Clemente, Clemente di sopra e di sotto, con due cognomi che valgono un Gotha, quel tipo lì che passeggia, su e giù, all'altezza del civico tal dei tali del Collegio romano? Oddio, sogno o son desta, sarà proprio lui? L'andatura è la stessa, felpata, di uomo guardingo, restio all'azione, di uno che matrimonio col fischio, molto meglio mammà. Lo squadro:: ha: gli stessi occhi glauchi, le labbra sono quelle, sì, sì, non c'è dubbio, è proprio lui.. Basta, coraggio, lo chiamo, nella vertigine di non so quale perduta onda di giovinezza che mi colora viso e anima. Lo chiamo e faccio anche un pot pot con il clacson. Lui mi vede, saluta, sorride il suo sorriso chiaro, sciacquato in varechina, lo stesso di allora. Oddio, non ci vediamo da circa vent'anni,, ma che importa, siamo stati ragazzi, vicini, amici e l'imbarazzo non è nostro ospite. Parliamo un poco, di questo e di quello. Lui non si è sposato (ah, l'intuito mio femminile!), vive con mamma (Mamma Pucci, la ricordo ancora, con due labbra rosse che parevan di vino), fa l'architetto ed è lì per non so quale convegno di un certo gesuita che era genio e architetto e chissà che cosa altro. E' lui, con gli stessi pantaloni di vellutino beige a coste e le clark e il golf girocollo di cachemire. Oddio, parliamo e mi pare quasi, .faccia a faccia con la mia giovinezza,. di dover, io pure, entrar nel portone e sedere di nuovo al mio banco, il terzo della terza fila, vicino alla Trani... D'un tratto, l'incanto è finito. Qualcuno mi suona, pit pot, deve uscir dal parcheggio che io blocco, in seconda fila. Presto, presto, si torna nel mondo. C'è una raccomandata che aspetta nell'Ufficio postale di Via Arenula, la spesa da fare, le stoffe nuove per le mie bennibag. E' ora di andare e lui, cortese,  mi bacia su una guancia e poi sull'altra e gira i tacchi. Oddio, ecco, lo vedo:; un diavoletto dispettoso ha tracciato sulla sua nuca, con un compasso, un cerchietto di pelata nuda. Un marameo di verità. Patapunfete. Sorrido, tra me, sull'altare del tempo perduto

1 commento:

  1. .....e chi l'ha detto che il tempo è galantuomo? :)) buona domenica Rita

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