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sabato 1 settembre 2012

Piedi neri


Settembre danzando, incoronato di pampini e viole, inseguito da Dioniso e Pan, rinfresca l’arietta romana bionda, di spighe mature, nella gioia del vento; nel cuore sento una felicità nuova, di timido autunno, che par salutare da riva l’agosto di foco, esule in una santelena perduta nel nostro tempo in fuga.   Settembre: è tempo di uscire! Eccomi, turista per gioco nella mia Roma Eterna che amo. Insieme al figliolo - che mi segue nelle passeggiate romane con l’entusiasmo spento dell’adolescente annoiato – scendo giù per la scalinata di Magnapoli, percorro la Piazza Venezia per perdermi prima in Via della Gatta e poi in Via Pie’ di Marmo. E ancora ancora, cammina cammina, costeggiando il dorso del Pantheon fino alla piazza di Sant’Eustachio dove regina, lassù, è la lanterna bianca del Borromini che pare una trottola di nuvola e panna. Via, via, proseguiamo al balzo fino a Piazza delle Cinque Lune dove ci attende, deserto, Palazzo Altemps, che è ora un museo. Siamo noi due e  pochi altri (americani) perduti tra Pan, Apollo, Elettra, Oreste, in quelle stanze che un tempo furono dimora augusta di cardinali, i quali trovavan, scavando, tesori antichi che divenivano delizia per gli occhi nelle ampie sale…
La gatta di Roma, anche lei trovata tra i resti dell'Iseo Campense
Ci sono teste su busti, tante, di marmo, con occhi cavi che pure sembrano dire la loro ancora oggi: Cesare, Vespasiano (oh quanto amo questo imperatore sabino che aveva lo spirito e la lingua pronti alla risata!); e ci sono corpi interi, spalle e gambe e panneggi e tutto il resto come imparavo nei libri di storia dell'arte. Tra tutti, un Dioniso che doveva esser d’oro perché gli restano, qui e lì, sulle spalle e sul collo, certi granelli di porporina, come se il Dio, nottetempo, fosse sceso dal suo piedistallo per andarsi a bear su una spiaggia al chiaro di luna e la rena, dispettosa, gli fosse rimasta addosso come il ricordo di una marachella. Ci sono capi e ci sono piedi. I piedi di Iside infilati in due eleganti infradito e un paio di piedacci neri, lunghi così, in un passo egizio, quel che resta di una statua dell’Iseo campense. Sono lì, con Leonardo, a guardare quei piedi neri, quando ecco avvicinarsi un tipo lungo, tutt’occhiali, con i capelli di ragnatela. Mi guarda, ci guarda e poi, in americano miagolato, mi fa: “Lo vede, lo vede quel piede? Ha l’indice più lungo dell’alluce, come me”. E, senza scherzi tira su un piede, il suo, calzato in un sandalo francescano e lo mette sotto al naso a me e a mio figlio… 

1 commento:

  1. Una risatina per Leonardo annoiato...era nero quel piede? Buona domenica Rita

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