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sabato 22 settembre 2012

Il serpente di Iside

Ecco un pezzo d'acquedotto romano:  lo vedo, o meglio lo ammiro, ogni volta che vado a far la spesa al Dico che si nasconde dietro la Casilina

Scendevo durante una delle tante mie passeggiate sabine, lasciandomi alle spalle Grotta scura - che apre le fauci nere ai piedi di Castelnuovo di Farfa baciato dal sole - verso il Ponte romano, dove il Farfa fa un gomito gentile e si fa dolce piscina d’acqua gelata. In gola la fatica, in spalla, lo zaino, ai piedi le scarpe da ginnastica, in coda, il marito il bel figliolo e Marco con i suoi bei ragazzi, a me cari, che oramai sono brasiliani. Scendevo, dicevo, attenta a non scivolar sulle polle d’acqua sorgiva, rinate per l’autunno, di un ruscelletto che sgorgava da chissà dove; gli occhi a terra, intorno le foglie  colorate d’arancio e di giallo che vestono gli alberi e l’ottobre d’incanto. Scendevo, tutta in me e tutta quanta in quella natura che pareva dormire in un sonno beato e grande di consapevolezza. Sono già sul ponte e lo attraverso, sola, diretta verso l’antica mola del mulino, grande come un sole nero, che resiste, prezioso, a pioggia e neve. Di corsa, arrivo, sicura e danzante. Mi attende una sorpresa, un dono degli Dei: un serpente grande, giallo, arrotolato nelle sue spire dorme, giro giro, proprio sulla mola nera. Lo guardo come si guarderebbe una visione, come se Ermes avesse liberato uno dei serpenti del suo caduceo e lo avesse indotto al sonno, come faceva con gli eroi affinché dimenticassero gli affanni del mondo e le numinose visioni dello spirito… Il serpente si sveglia, srotola le spire, via verso il verde del fiume e io, da sola, nella visione; me lo sono portato a casa, il mio serpente, e l’ho ritrovato, giovane, eterno, nel suo cerchio perfetto, in una statua di Iside, al Museo Altemps. Era lui e mi sorrideva.  

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