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mercoledì 22 agosto 2012

Sotto il Vulcano


Con un sole di fuoco, ancora seduto e basso sull’orizzonte, siamo, noi tre, nell’ombra verde della biglietteria all’entrata degli scavi di Pompei. Siamo noi tre, dicevo, ma tutt’intorno si muovono serpenti d’umanità, fatti turisti, in calzoni corti, zainetto, cappello, nell’uniforme al sapor di nulla della modernità: vanno, vengono, entrano,  escono, inseguono la guida e i compagni lungo il viale ampio e alberato che conduce alla città dei morti. Festosi, mi paiono, curiosi di veder come erano le strade e le botteghe dove un tempo passeggiavano Caio e Julia… Il Vesuvio, giù dabasso, non si vede mica e la nostra guida che di nome fa proprio Giulia e, nonostante gli anni a pesar sulla gobba, è ancora tutta quanta accesa di viva napoletanità, ce lo mostra com’era – il vulcano – prima della grande eruzione del 79 dopo Cristo, nella copia di un affresco, che se ne sta appeso a un ad un crocicchio del viale di cipressi. Giulia, Giulia: tuo Peppino De Filippo;  tuo Totò e tue quelle rovine, dove hai passato anni a raccontar le solite storie e a mostrar come a bambini, su carta colorata, com’erano belli e variopinti i monumenti che ora sono d’ocra rossa e caduti, mangiati dal tempo e dal vulcano.
Ci sono i teatri e le terme e il lupanare, dove le figure in kamasutra e in amore non lasciano nulla all’immaginazione; c’è il cardo e c’è il decumano e pure una passerella di pietroni, tra i due marciapiedi, che serviva ad evitar gli scoli di acque bianche e nere. E, guardate, ci sono buchi, sul marciapiede alto, dove si attaccavano le tende dei negozi quando il sole picchiava forte. Come ora.
Eccoci sulla Via dell’Abbondanza, nel gregge anche noi, a raccogliere le forze a una fontana. A mano destra, esplodiamo nel Foro vestito di verde e di rovine. La Giulia mi indica il tempio di Giove; lo guardo appena, distratta, poi, come chiamata da una voce muta, rispondo all’incantesimo del Vesuvio. Lo vedo, il vulcano, alto, nero, immobile, indifferente, feroce. Lo vedo, sì, lo vedo: è proprio in coppa all’altare del Gran Dio dell’Olimpo, in una prospettiva di infinito. Era lui, ora lo so, era proprio il Vesuvio, lo Zeus dei pompeiani: al nero vulcano era dedicato il tempio nel foro… E mentre io mi inchino alla potenza della montagna di fuoco, sento la Giulia che dice: “Li vedete quanti cipressi ci stanno qui a Pompei? A noi napoletani i cipressi mettono tristezza perché se ne stanno lì, ingrugniti, dove stanno i morti, nei cimiteri. Per questo a noi napoletani non ci piacciono i paesaggi di Toscana”. Ride una risata bionda, napoletana, di pizza e pulcinella, una risata che non sfida punto il vulcano, ma pare accarezzarlo, blandirlo in un’armonia di naufragi…

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