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martedì 28 agosto 2012

Prima e dopo Fulvio

I miei gatti a Cala dei Gigli

Posso ben dire, a voce alta, che la mia vita si divide in due atti, cioè prima e dopo la morte di Fulvio. Era questi il numero tre di casa Salini, alto come un pino marittimo, bruno di pelle e capelli come sanno esserlo, ancora oggi, certi italiani antichi; per me era bellissimo, diverso tutto dai fratelli suoi stirati nell’appretto;  diverso, sì, nel suo sorriso largo in gioco lucente di maggio e nella scintilla di ironia – e di autoironia -  che gli brillava, di pepe, in fondo alle pupille. E che io amavo.  Morì, giovanetto, come succede nelle tragedie classiche, di Eschilo e di Sofocle, e un pezzo di me, che chiamerei col nome comune di piacere, se ne andò sottoterra, insieme a lui. Avevo sedici anni e bella di biondo grano, ma magra, troppo, e vestita di nero. Fu allora, in quell’aurora adolescente, morto Fulvio, che incominciò, a piedi in aria, la vita mia d’amore. Se c’erano spine e dolori, eccomi pronta, con la mia valigetta d’infermiera a cucir tagli, a medicar ferite, a dispensare balsami e parole di miele e più era alta la sfida,  più mi buttavo, temeraria, nel burrone per tirar su il tapino azzurro, forte soltanto delle mie due braccia bionde, allacciata alla mia fiaccola di santa col cerone…
 Io, tutta presa, nella missione mia per scontare i giorni che mi pareva di aver rubato, sfuggendo alla signora oscura, e che dovevo restituire, profumati dal sacrificio, nel cilicio dei miei giorni. Ci fu prima Nanni e poi altri nomi che hanno visi e forme, ma che sono stati soltanto, ora che ci penso, i chiodi della croce. Oh, non tutti, di grazia. Alcuni (ma li conto sulla punta della lingua e sono quelli che, per colmo, ho relegato nell’ombra della mia biografia rosa) mi diedero l’incanto dell’amore,  nella festa del piacere, incoronata di rose.  Che strano: Fulvio, vivo e giovanetto e bello, è rinato in me in questi giorni, in un sogno vivido che ho avuto in quel dormiveglia agitato del primo mattino quando, fuori dalla finestra, il lucore bianco lampeggia nel sole bambino e l’umanità, stanca, socchiude appena l’occhio all’astro che sorge.  Io ero seduta in spiaggia,  sola;  lui passando nella gloria rinata del suo sorriso, mi ha offerto il braccio e poi, senza una parola, mi ha tirata su  ed è andato via, lasciandomi, numinosa, a sciacquar coi piedi nella rena d’oro...     

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