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domenica 19 agosto 2012

Con occhi di gatto


Quando, a Cala dei Gigli, i dardi d'agosto si scioglievano nel miele dorato di settembre e Tavolara infilava un berretto sfilacciato di nubi, pronta all'autunno, ecco, annunciate da un odore umido di terra arsa, di mirto e di corbezzolo e dai nuvoloni di casa in Barbagia, le grandi piogge. La strada consortile, in terra battuta, che, ai piedi della nostra scala a gradini di legno, scendeva  fino al laghetto salato prima e poi al mare, si faceva torrente. Le acque di caffellatte precipitavano matte, scavando canali d'arabesco e serpe, e si tuffavano  nel mare, che si faceva torbido, nelle mistiche nozze  tra terra, mare e cielo.
Io, bambina, il naso schiacciato contro il vetro della finestra, perduta nel ticchettio della pioggia; io, sola, in quell'incanto d'acqua benedetta, gioivo, inconsapevole e ignara, insieme alle piante assetate, alla ghiandaia bianca e d'argento che aveva fatto il nido in capo all'olivastro minore. Io, come loro, stanca di sole...
Cadeva la pioggia, i cavalloni, indispettiti, con i loro pennacchi di spuma, si abbattevano sulla rena, mordendo di schiaffo la riva. Tra una scrollata e l'altra di pioggia, il cielo, livido, si faceva color di liscivia e io correvo giù in spiaggia a raccogliere i tesori portati dalla corrente: una canotto bucato, che so, un secchiello rosso, la paletta di un bambino siciliano, una formina. Tesori perduti da altri che, nella loro miseria di nulla, erano per me, bimba, una felicità rotonda, completa, assoluta. La gioia dell’avventura… E mentre, mi beo nella memoria angelica di quei giorni, un altro ricordo mi chiede udienza. Vedo mio padre, di schiena, che scrive, scrive, seduto al tavolo suo. Scrive, con la sua calligrafia minuta: scrive la lista dei danni stagionali provocati dai gemelli, ecco che cosa scrive! Ogni anno, erano piombi perduti e mute strappate e motori precipitati nell'onde e fiocine mancanti a dozzine.  Senza resipiscenza, sicuri che qualcuno (papà) avrebbe portato sulle spalle i pesi loro. Li vedo, li vedo, i gemelli, fantasmi biondi, spavaldi, nell’abbraccio caldo di nostra madre, protetti e pronti a rinnovar, l’anno dopo, impuniti, le marachelle. Così, anno via anno, fino a ieri, fino a domani,  uomini fatti e ora quasi vecchi. Papà non c’è più, ma ci pensa la mamma. E lei – e sorrido con occhi di gatto perché questa legge ( la legge dei gemelli) mi fa tornare bambina - neppure redige le liste…

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