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mercoledì 25 luglio 2012

Ricordando la Nanda


Certe sere infuocate di agosto, di molti anni fa, andavo a cenare sotto un pergolato trasteverino con Fernanda Pivano. L’avevo conosciuta, io ragazza e lei già avanti negli anni, attraverso un amico comune, che scriveva radiodrammi per la televisione Svizzera italiana. Ci trovavamo, la Nanda e io, a volte sole, a volte in compagnia, nelle serate romane che allora erano spoglie di gente e percorse, quando l'ombra spegneva il furore del giorno, dal fresco del ponentino romano. Io lavoravo, su e giù dal giornale a scrivere pezzi belli o brutti che il giorno dopo erano buoni appena per lavarci i vetri;: lei veniva da Milano per passare una parentesi sotto al Gianicolo, dove abitava (e credo possedeva) una casetta, che un tempo era stata stalla di principi romani e che si rannicchiava, tra alto e basso, lungo la spirale di una scala a chiocciola di ferro battuto. Parlavamo di letteratura, di Cesare Pavese, di Ginsberg e anche di Hemingway. Ma i gusti nostri  più diversi non potevan essere. A lei, piaceva la modernità, le avanguardie, le fanzine di certi segreti giri dell’anticonformismo milanese (credo); a me i classici, la tradizione, Capuana e Dolores Prato. A tutte due piaceva, però, Elsa Morante. Lei, per averla conosciuta, in carne e sangue, come la gatta fatata che era e io per aver letto e riletto con passione autentica “Menzogna e sortilegio” e tutte, ma proprio tutte, le opere di lei.
Questo gatto potrebbe essere Useppe Mandulino, uno dei gatti di Elsa Morante...
D’un tratto la memoria si colora di vita e mi rivedo alla guida di una macchina rossa, lunga da non finire mai. Sono all’aeroporto di Fiumicino a prendere la Nanda che, non ricordo il percome, è in sedia a rotelle. Guido, con lei accanto e parliamo senza sosta finché non vedo spuntare il mento del Gianicolo. La lascio. Volo in redazione. Quel pomeriggio, al terzo piano della Sala stampa italiana, arrivò per me un gran pacco infiocchettato. Che cos’era, cosa non era, tutti i colleghi a spellarsi il naso per la curiosità. Era un regalo della Nanda, ecco cos’era. Mi donò due borse, non una, e tutte e due della Bottega Veneta. Una, verde coccodrillo, da portare allacciata intorno alla vita, non so che fine abbia fatto o forse lo so e non voglio raccontarlo; l’altra dorme, nera cartella, nel mio armadio, dopo avermi seguito per anni in giro a far servizi, a intervistar gente interessante o noiosa come le domeniche sere, a partecipare a bieche o allegre conferenze stampa. Ma, come si dice a onor del vero, più di quelle borse, conservo gelosa il bigliettino che le accompagnava. Un fiore semplice, disegnato con la penna, un rotondo in mezzo e cinque petali grassottelli, il gambo stecco e una foglia sul lato destro. Il fiore di una bimba e un nome: Nanda.

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