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mercoledì 18 luglio 2012

Per Tavolara, baci da Jesolo


A volte, per inseguir il mio bisogno di silenzio, mi spingo lungo la battigia color zucchero di canna della lunga spiaggia di burro fuso di Jesolo fino a raggiungere, come fosse la mia Itaca, quella parte di spiaggia che volta le spalle alle colonie, lì dove resistono ai condoni edilizi, mazzetti di pini marittimi abitati da scoiattoli in cappottino bruno. Dietro di me, solo il busto elegante di un caseggiato anni Trenta, al gusto di arancia candita; sulla destra la festa di ombrelloni e sdraio, allegri di marineria, a perdita d’occhio; a mano manca i profili azzurrini del Capodistria, che si bagnano i piedi, ancora tricolori in cuore, nel mare nostro Adriatico. Davanti, le ondine verdi con il loro merletto d’oro che brilla, sorridente, al sole. In testa, quel cielo chiaro, lucente, spazzato dal vento che fa danzar, in capo all'orizzonte, una festa di cirri. Nel distendermi sul mio telo rosa, penso a quelle lontananze cinerine, laggiù, tanto brumose e misteriose che mi paiono morgane. Mi figuro le baie e le insenature modellate dal vento e le spiaggette e i silenzi ricamati dai voli dei gabbiani dal capino nero e  paragono, in cuore, queste a quelle a me tanto care di Cala dei Gigli. Lì, l’altrove delle mie isole azzurre, per me, era ed è casa; un salto in paradiso raggiungerle magari con Carlo, che per me, anche se gli anni sono volati via (tanti che mi ci vorrebbero, per contenerli, almeno dieci bennibags) avrà per sempre gli occhi verdi di Cala dei Gigli…
Bando alle ciance. Sono lì perduta nella poesia, con la Settimana enigmistica in mano e una rete piena di ricordi in cuore, quando una voce mi fa tornare, a piedi pari, su questo nostro caro pianeta. “Son monade, non creda a una parola di quel che legge, sono monade buone per pasar la giornata..”. Alzo lo sguardo: un tipo alto e bruno con un costume tutto sghembo e un gran pancione abbronzato e peloso, che somiglia e parla tale e quale al governatore del Veneto, mi si para innanzi a gambe larghe. Oddio, un circasso, penso, e siccome non so che cosa dire, sorrido un sorriso di patata lessa. E mentre lo osservo andare via, per mano al suo tentativo di attaccar bottone, mi viene in mente un pensiero stupido, che cioè mai una volta, in quasi quarant’anni di parole crociate, ho potuto scrivere, mettiamo al cinque orizzontale, il nome di Tavolara, di Molara o di una qualsiasi delle isole mie nella corrente…

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