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lunedì 9 luglio 2012

I miei lenzuoli di zucchero


Siccome Jesolo (dove mi trovo a passare questi caldi di luglio per motivi che sono famigliari) non è né punto né poco (e forse è il bianco del nero…) come la mia Cala dei Gigli, e a me  onde e spiaggia che paiono sempre indaffarate e all’ora di punta stanno strette, a volte, con la grazia dei miei quaranta e passa anni, me ne rimango in camera mia, in solitaria, a mettere ordine ai miei pensieri e a stirare con l’appretto certe pieghe d’ombra  e, tra una cosa e l’altra, mi ritrovo alla finestra che dà su una stradetta scura che è parcheggio e insieme trincea tra il palazzone color uovo sbattuto dove vivo al quarto piano e un albergo color carta da zucchero che porta, sereno, in capo il nome di un oceano. Il mio sguardo, forte del suo terzo occhio, scodinzola tra le macchine, scivola lungo un boccone di retro spiaggia, dove i cespugli, visti da quassù, paiono macchie di inchiostro, e più in là, fotografa uno scorcio di arida sabbia d’oro seminata in quasi tutta la sua lunghezza di  lettini e ombrelloni a righe azzurre e gialle. In fondo lì dove la battigia si colora di umidore nel casto matrimonio col mare, si agitano le figurine dei bagnanti che sono ognuno fatto a modo proprio, ma da lontano, tutti uguali, in una democrazia umana che nel mondo non si trova mai.
Nostalgia di casa: i miei fiori, in cucina...
Se chiudo stretti i due occhi, resta il terzo mio, ben aperto, che rivede per magia d’incanto Jesolo com’era quando si chiamava Baia Zuccherina e somigliava nel silenzio, battuto dal vento che rovinava dalle Prealpi o umido di mare adriatico, alla mia Cala dei Gigli, lontana. Tutto è silenzio e d’oro e d’argento in quel lungo, antico paradiso di sabbia, ricamato dai geroglifici degli uccelli marini… E non ci sono, a far da sentinelle lungo le strade d’asfalto, dietro e fin quasi a toccare le montagne, i grattacieli di cemento armato e neppure le nuove Torri gemelle (che di notte hanno bagliori e sguardi  blu) che tanto piacciono da queste parti… E mentre sono lì, perduta nel mio privato sogno di una protostoria impossibile, un rumorino che amo mi fa alzare il capo e aprir gli altri due occhi. Alzo lo sguardo verso il terrazzo, in paradiso, dell’albergo ed ecco, in un grande sventolio di candori profumati, liberi nel vento, generosi e sazi di vita, i lenzuoli di bucato, di zucchero, bianchi, stesi a godersi aria e sole. Poc, poc, poc, il vento li scuote e loro, ridenti, si fan di mille forme, gonfiandosi e spegnendosi come fossero vivi a respirare, per la gioia mia e di chi li guarda. E così mi perdo in quel quadretto di armonia che mi fa spumeggiare l’anima e il cuore, dimentica perfino del mio sogno zuccherino... 

1 commento:

  1. :) La tua penna riesce a vestir di sole la notte più nera. C'è del bello in tutte le cose....basta saperlo vedere.

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