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venerdì 27 luglio 2012

Estate Romana


Lesta sui miei passi azzurri, con il sole radente del mattino romano appena uscito dall’uovo sacro del tempo, me ne sono andata, qualche giorno fa, all’Ufficio postale di Via Arenula, dove hanno dirottato (ma che piacere!) le raccomandate nostre del Rione Monti. Che cosa sarà, mi domandavo, passo dopo passo e via a far la lista delle congetture,  barrando questa e scartando quella, in uno sgomitare di idee. Visto che ci sono, penso, chiederò lumi su un certo pacchettino color zafferano che ho inviato, in posta prioritaria, per una farfalla nata con la luna di giugno. E ora, di corsa, via, eccomi nei bianchi uffici. La raccomandata veniva dall’ufficio mobilità ché il permesso mio per entrare in centro è in scadenza (come se non lo sapessi, già…) e del pacchettino, no signora, non è rintracciabile. Insomma potrebbe essere anche finito a Timbuctu.  Saluto e via, con tante grazie e sorrisi ai lavori forzati, risalgo verso il Rione Monti, che è casa mia. Sono lì lì, quasi giunta alla meta quando, oddio, ma dov’è la Cinquecento bianca che avevo lasciato parcheggiata proprio in bocca al portone di casa? Dov’è il macinino mio con il sedere pieno di bottiglie di acqua minerale? Giro lo sguardo intorno e vedo che le strisce azzurre  sul grigio bitume squillano al sole, in una tutina nuova, e paiono farmi un bel marameo turchino. Il dubbio si fa certezza quando vedo, in coppia, due vigilesse del Comune di Roma. Una, più anziana, fugge il mio sguardo e, di sanpietrini, mi dà l’indirizzo del deposito dove è stata imprigionata la mia macchinina. L’altra, più giovane, mi spiega che di solito i vigili pongono strisce di plastica rossa e bianca per avvertire  noi poveri cittadini. Appunto. Ma questa volta, niente, col fischio. Un segnale a capo della via e l’altro al fondo, e chi s’è visto s’è visto. Sicché chi, come me, aveva parcheggiato a metà della strada, tanti distinti saluti… 
Preo pari pari da un ristorantino sulla Via Merulana: estate romana
Ma che bella mattinata, mi dico e via, prima con la linea 40 e poi con il 271 (che passa, come si dice a Roma, quando si fa il successor di Pietro…), sono in via tal dei tali, dietro alla bianca mole del ministero degli Esteri. Pago 87 euro. La macchina è mia, di nuovo, ma l’avventura ha una terza puntata. Siccome per me Roma Nord è il labirinto di Cnosso, mi infilo non so come in un tunnel che mi precipita, in un nero di luce, sull’alta cresta della Pineta Sacchetti. Sono lì, sconsolata, nella terra dei Feaci, tra i draghi della solitudine, quando, d’un tratto, a mano destra alla via scorgo una viuzza, una delle tante, se non fosse che porta, per me, un nome d’incanto: Via Emma Perodi, una scrittrice che ho amato e che amo. Mi par di vederla, la Emma, sorridermi, da sorella a sorella, in un filo di seta che il tempo, di verde vestito, tiene ben saldo tra dito e dito. Mi par di vederla, sorridere ironica, la Emma: “Hai veduto, sora Ester mia, da scrittrice che ero, sono divenuta una via!” E nel sorriderle anch’io,  ho messo in un sacco raccomandata e attese e multa e altre grane che non mancano mai all’appello e, via, verso casa, nella mia personale quotidiana odissea…   

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