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sabato 7 luglio 2012

Estate in Puglia


In una casa di torrette e altane, color meringa, seduta in un giardino selvaggio, proprio sul ciglio delle scogliere nere che mordono come denti il mare saraceno delle Puglie, villeggiavano da giugno a settembre di quelle estati che c’erano una volta e ora non sono più,  i Capocci Ravalli. Erano così tanti in famiglia, tra fratelli e cugini e zii e nipoti,  e primi e secondi e terzi, alti e spigolosi i maschi, rotondette le femmine, che a metterli in fila ci sarebbe voluto un giorno sano. Inutile dire che i Capocci Ravalli erano stati i baroni del posto e che, per anni, tra terre e masserie e gagliardetti e senatori del Regno, avevan fatto il bello e il cattivo tempo in quel di Capocase, maritando le femmine procaci ai maggiorenti del luogo, con radici su fino a Roma, e i maschi a dame con doti regine. Insomma nel gomitolo delle parentele pugliesi di quel certo mondo che fu ci si ritrovava sempre, nell’albero genealogico, di lusco o di brusco, un Capocci Ravalli. Ma quel tempo era trascorso e lontano, il presente fischiava i suoi frastuoni al neon e anche il patrimonio andava svenendo nel buio di tasche distratte…Un’estate, quando già tremolava il tramonto della casata, venni invitata a passar qualche giorno in quella villa bianca e lievitata che pareva  sonnecchiare, al modo d’una odalisca, nel languore del lento, placido declino. Del mare di mattonelle arabe, le piroette del sole a guizzar tra le onde, della casa il campo da tennis che doveva aver visto primavere più allegre. Si vantava di essere di terra battuta, ma qui e là, chiacchierini, esplodevan ciuffi d’erba e la rete che separava le due piazze era smagliata, grigiastra e metteva quel tanto di malinconia a vederla ciondoloni, impiccata tra i pali, che solo a ripensarci sale il magone. Io, un dritto e un rovescio, vestita di bianco (chè altro colore dal padrone di casa non era ammesso…) mi sentivo, nell’incanto solenne di quella numinosa rovina, non più io ma Micol Finzi Contini.
all'equatore, l'altro mondo
In un pomeriggio di afa e scirocco, che tappava narici, bocca e cuore, ecco arrivare dritti dritti dall’altro mondo i cugini brasiliani, verniciati e lucidi e contemporanei tanto da parer americani. Figuratevi la scena, con i parenti italiani in fila, polverosi per la troppa storia. E ci sono gli altri, sciacquati alla fonte d’Iguacu. C’è un lui, c’è una lei e c’è un bambinetto di tre anni con il pollice in bocca. D’un tratto il piccino, tra i tanti parenti mai visti e che dovevan sembrargli un tutt’uno di mummie, tirato il dito fuori dalle labbra, indicando la casa lontana fa: “Casa da bruxa!”. E tappete, il dito di nuovo a coprir la bocca. “Che cosa ha detto?", fa il nonno, vecchio, di quercia e farina, il padrone di casa. Zitti i brasiliani; solo io che masticavo il portoghese seppi la verità. Ma tacqui perché delle vecchie signore, anche se son case, bisogna aver rispetto e nel cuore restan regine...

1 commento:

  1. Eh ! Sappiamo bene quanto l'innocenza sia sincera finchè i cosiddetti adulti navigati nel mare della vita non inculcano l'ipocrisia. Già tornata dal mare? (niente pacchettino :( a questo punto penso sia andato smarrito....vatti a fidare!)

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