Pagine

lunedì 30 luglio 2012

Bambini nel tempo


Era, mi pare di ricordare, un sabato mattina; di certo c’era un bel colore caldo d’autunno, di quelli che paiono illuminati da un’arancia di Sicilia in cielo e io, fatta Virgilio, sono guida di una nidiata di bambini, sui sette anni, chi più chi meno. E’ la festa di compleanno di Leonardo e i bambini, biondi e mori, sono i suoi compagni di scuola. Tra tutti, solo Clara ricordo perché in quel suo sguardo serio, ricamato di profondità, occhi di noce e nocciola sbigottiti davanti alla complessità del mondo, ritrovavo un pezzo di me bambina… Ma ora, su, gambe in spalla e via, da piazza della Repubblica, buona per l’appuntamento; dobbiamo raggiungere Palazzo Massimo alle Terme, dove, così ho scritto nell’invito (a forma di gatto) mandato ai genitori, i loro figli vedranno – udite udite – i giocarelli di Caio e di Giulia, che erano “antichi romani”, scrivevan sulla cera e dicevan rosa rosae, d’accordo, ma in cuore erano bambini tali e quali a loro. Il palazzo, elegante come un Cicerone, nella sua bella toga color ghiaccio, ci aspetta paziente, guardando con il naso in su, un poco costernato,  il via vai caotico e colorato della Stazione Termini, dove la bellezza, almeno per me, annega nel rimpianto. Chi va e chi viene in un deserto di bitume, tra lunghe file di autobus che non sono palme, al posto delle oasi le bancarelle dove esplodono le tinte nei mucchi di panni e scarpe, che non comprerei neppure se mi trovassi nuda come Eva nel Giardino di Dio…
Andiamo, andiamo. E’ tempo di iniziare. E prima di scender giù al seminterrato (dove si conserva anche la collezione di monete di Vittorio Emanuele III), porto i bambini a vedere, al terzo piano (mi pare) il giardino d’inverno di Livia, che era la moglie di Augusto e che di certo non mancava di buon gusto. Lontano è il deserto della Stazione Termini, in quell’incanto di piante e fiori, il cielo par più vivido che fuori e si ode, a tener le orecchie sull’attenti, il cinguettio dei passeri e dei merli tra i rami. E ora, tutti in ascensore perché non bisogna scordarsi degli astragali (i dadi dei bambini romani) e della Barbie snodabile dei tempi di Cesare che ci aspetta nel buio del seminterrato. Presto, presto, di qua, di qua, in un correre bambino di vita allegra…
Oddio, ci sono i dadi e la pupa e anche le pentoline da mettere, casomai, nel Dolce Forno! D’un tratto, mentre non la smetto di cicalare di quei tempi andati, spiegando questo e quello come se fossi un'audioguida, mi giro e, oddio, sono sola, sola a commuovermi davanti a quelle tenerezze romane. E dove sono finiti i bambini? Gira di qua, gira di là, eccoli: fanno tutti ala intorno a una teca sola, isolata, nel bel mezzo della stanza attigua alla mia dei giochi. Oh, pensa te, non l’avevo neppur notata quella culla di vetro. Mi avvicino e, con sgomento, vedo, coricato e nero, lo scheletro di una bimba. E’ lei, con il suo sguardo vuoto, perduta nel sonno eterno del tempo che non passa, a catturare gli occhi dei bambini che, muti, le fanno cerchio intorno. “Signora maestra – mi chiede uno dei piccoli, scambiandomi per la Maestra Anna – perché è morta?” E un’altra: “Perché le hanno tolto la sua bambola?”. I bambini ci guardano…        

1 commento:

  1. lo ricordo... e mi vengono i lucciconi agli occhi ;)

    RispondiElimina