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sabato 9 giugno 2012

Patapunfete, le collane di Verde

All'altro capo dell'anello di Cala dei Gigli, quasi sulla punta, lì dove i graniti, incendiati dal tramonto, si scioglievano (e lo fanno anche oggi) nella bianca sabbia della spiaggetta del morto, abitavano da luglio ad agosto in una casa gialla e rotonda di luna, con occhi e bocca di merletto arabo, i tre fratelli Pinci. Rosso il maggiore, col pallino del computer; d'oro il secondo, già medico in fasce, parevano,  l'uno e l'altro, a servizio della sorellina minore, che portava il nome della madre di tutti e tre, ma accorciato di una sillaba: Verdiana, la madre e Verde la figlia. Dalla madre, Verde, bellissima di corpo e di viso (come dicevamo noi allora...) aveva preso in prestito la voce, tutta naso, un miagolio di gatta romana, ma non gli occhi che, nella genitrice, neanche a farlo apposta, erano verdi. Verde, nera di pelle e di capelli, li aveva d'un allegro color nocciola e se non fosse stato per il taglio, ossuto, a fessura, orientale, sarebbero stati, diciamolo, occhi qualsiasi. Lo sguardo un poco miope, racchiuso come in una mascherina, era un richiamo per merli: di Verde erano pazzi in molti a Cala dei Gigli. Lei, niente, Diana alla caccia, a tutti, tiè, preferiva il windsurf. E no questo e no quello e no quell'altro ancora, finì che rimase sola, mentre altre, loro sì qualsiasi, si acchiappavano, maritandosi svelte, gli avanzi di lei. Si creò sulla Verde come una leggenda fatata che la voleva - meschina - segnata in fronte dalla stella di fuoco degli eletti, chiamata, non saprei dir perché, a destini olimpici, superiori, di venusiana. Per tutti, non per me, che in quegli occhi di noce leggevo un segreto pianto di bimba...
La persi di vista, Verde, come capita spesso con il gruppo degli amici del mare. Seppi, non ricordo perché, che aveva studiato, pensate un poco, il russo e che era andata a stare a Mosca o a Pietroburgo, con un fidanzato. Poi più nulla. Chiusa la casa di Cala dei Gigli, scomparsi, inghiottiti dalla vita, i due fratelli di porpora e d'oro. Ma un giorno, come in una rivelazione, venne a pranzo da me un'amica.  Una strana e incantata ferraglia le danzava intorno al collo, una collana che, per un suo arcano, inspiegabile portento, mi pareva meravigliosa pur nel disgusto delle sue spoglie viti. L'amica, fatta accorta del mio sguardo, mi disse: "Queste collane le fa Verde, la mamma di una bambina in classe con la mia..."  Intanto l'amica, gentile, si sfilava il gioiello per mostrarmelo meglio. Tese le mani impreziosite, io feci per ricevere il girocollo, ma questo, non so come, nel passaggio di dita, rovinò in terra. E io, nel cuore, gioii: terrestre, anche Verde è terrestre! Patapunfete, le collane di Verde.

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