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sabato 23 giugno 2012

L'angelo della notte

L'angelo della notte di  Giulio Monteverde


A volte, quando il viso di mio padre scolora, mi vien voglia - è quasi una fame di bignè - di andare a conversar con lui, nel silenzio del Pincetto Vecchio dove dorme al Verano. Oh, non pensate che sia una roba triste, per me, camminar per i viali di silenzio e di fiori e di gatti randagi del camposanto romano, nossignore! In alto,  il cielo par spazzolato di fresco e i cipressi, da terra, lo solleticano con le loro cime di piuma verde cupo, nella quiete d'ombra dell'ultimo riposo. 
Quando arrivo a destinazione, già piena di parole senza voce, ho un gran da fare per mettere un poco d'ordine e pulire e sistemare i fiori e togliere spine e foglie e potare le rose selvatiche. Alla fontana, dove i gatti sono signori, c'è poi sempre da cicalare con qualche pia donna e domitilla, che trasferisce al Verano il culto suo per la casa linda.
Mi siedo,  poi, in riposo finché  non sento forte il richiamo del mondo. Una sera, al crepuscolo, colorato d'ombra, mi sono alzata e, andando bighelloni, mi  sono ritrovata in un maestoso quadri portico; le tombe, in fuga, su ogni lato. Seduto su un sarcofago color osso di seppia, un angelo giovinetto e bello e ricciuto, come appena volato giù dal Paradiso, se ne sta lì a guardarmi, con il mento peso a gravar sulla mano stesa, in una foggia , languida ed estatica insieme, che par dire "Oh come vorrei volare via, ho tanto da fare e mi tocca stare qui...". Lo guardo: è la fotografia di marmo dell'anima mia, mi dico, tutta in lui e nelle tante stelle che gli fanno il girotondo intorno al collo.
"Ah signorì, se chiude! - viene, però, la voce di un guardiano. Io, nulla. E quello, seguendo gli occhi miei: "Lo vede, no. Pure  l'angelo della notte se ne vo' annà a dormì!".  Punti di vista.

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