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martedì 26 giugno 2012

L'amore all'ombra di Cavour

A ventisei anni, con in saccoccia il mio bel contratto in verde con il Gazzettino (che doveva durare diciotto lunghe primavere) puntai i piedi in quella famiglia, dove ero nata per ultima e con una flebile vocina in capitolo, e dichiarai che, dal giorno tale, sarei andata a vivere da sola. Lo feci, dopo una parentesi tonda trascorsa in un appartamento umbertino che dava le spalle al Conte di Cavour, e alto e marrone e solenne che pareva in tonaca da monaco; lo feci dopo aver vissuto con un'amica, che mi sono perduta (ahimè) lungo il sentiero di sassi e spighe della vita, la quale non poteva poi dirsi una bellezza, ma lo era, e di più, come lo sono certi misteri  arcani, che più cerchi di squadernarli e più si fan remoti, scappano via, tinti d'azzurro e inghiottiti dalla lontananza.
Ma torniamo sul nostro pianeta e lasciamo le chimere alle chimere, che stan benone tra loro e lassù a ballare nell'infinito. Dunque Francesca, perché così si chiamava questa signorina, che oggi è signora, è piena di figlioli, è fotografata di qua e di là, e ha anche un bel titolo di nobiltà, frequentava proprio allora quello che doveva diventare suo marito. Era, questi, un tipo alla Leopardi, malinconico di fisico, ma con due grani di pepe dietro le lenti sbiadite; dai capelli color cenere, ma elegante nella semplicità in bianco e beige del suo lignaggio; tutto suo quel certo trasandato chic che gli veniva, diritto, dai blasoni e dall'azienda di famiglia che era un poco la bandiera d'Italia. Simpatico lo era, colto pure e anche, pane al pane, tanto, tanto ricco.
Aveva, ai tempi, già una figliolo sui sei anni, che, la sera di festa di cui parlo, si rifiutava di andare a letto. Dichiarò (e ancora oggi, Dio, mi chiedo che grillo lo ispirò) che sarebbe andato a nanna soltanto quando un ospite avesse indovinato il nome del secondo Papa. Boh, la prima risposta; la seconda Pietro e così via nella totale ignoranza vaticana, mentre la notte metteva il pigiama, inseguita dalle ore in camicina. Il piccolo impiastro, niente, sveglio, sveglissimo e ora in salotto, ora in cucina, ora anche in camera da pranzo. Suonarono alla porta e Francesca corse ad aprire. Era un amico mio, un collega. Provate a immaginar la faccia beata di Francesca, che se avesse avuto una scopa avrebbe preso il volo, quando a domanda il mio Andrea (perché questo signore, invece, doveva diventare il mio, di marito...) rispose: "Lino"...



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