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sabato 2 giugno 2012

Davanti a Sant'Agnese

A volte, quando mi sento salir in gola la nostalgia di quand'ero giovanotta e curiosa e tutta gambe e mi mancano come il pane certi miei studi d'arte all'Università, in compagnia di Georgina Masson, in forma di guida, a pesare nella mia bennibag, me ne vado girellando per le strade di Roma, di qua e di là, senza una meta precisa, rincorrendo il caso che, come si sa, bacia gli arditi in fronte, se hanno il cuore cataro e bianco. Per farla breve e finirla con questo cappello di paglia di Firenze, vi dico, fin da subito, che qualche giorno fa, mi sono spinta, lungo la Via Nomentana, fino alla Basilica di Sant'Agnese, che respira nel ventre della terra, silente e buia, al pari di una grotta sacra, illuminata, però, da un mosaico d'oro, in stile bizantino. Giù per le scale di marmo, scendo come in sogno, inghiottita dai pensieri miei. Dorme qui la bella santa martire giovinetta, i cui capelli erano tanto lunghi da velar le sue nudità agli aguzzini. Dorme qui, l'agnello, in un silenzio d'ombra e di verde, che invita alla meditazione...
Ma alla meditazione  è buona norma segnare un confine. Fin qui, va bene, ma poi comincia il Paese della carne e meno male. Siamo anime vive, per Bacco, e non c'è niente di meglio - almeno per me - di un bel caffè, dopo arte e aureole. Sicché mi siedo a respirar lo smeraldo del giardino di Agnese e di Costanza a un tavolaccio di plastica, proprio di fronte a un biliardino dove un gruppo di ragazzini smanetta con i pupazzetti rossi e blu, a caccia di gol. E mentre giocano, parlano e io, che sono  ancora lì tutta piena di Agnese, ascolto. Uno, un moretto, fa a un altro: "Che parafrasi t'ha fatto fa' la prof?". Parafrasi? Sogno o son desta? E guardo ammirata i giocatori di biliardino, con un sospiro di sollievo in cuore per questa gioventù che a volte - ma non sempre - mi par nutrita di nulla digitale. Lo guardo, il signor perifrasi, col sorriso su ciglia e sopracciglia. Subito dopo, ecco la risposta di un compagno, alto e bislungo: "All'amica di Samantha". Detto a scivolo, cucinato a puntino,  persino con il "th" all'inglese.  Io: un tonfo. All'amica di Samantha, sospiro (ma il riso è ancora acceso, non ce la faccio mica a trattenermi...),  mi alzo, è tempo di migrare. Povero Foscolo.

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