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venerdì 15 giugno 2012

Dalla Russia, con la mia Stella

Quando nonna Stella, seduta in seggiola a rotelle, con poche parole e spente sulle labbra e anche pochi sorrisi, venne a star da noi a Roma, occupava una stanza al pianoterra che aveva tende e copriletto color cielo portoghese. La finestra, di avara luce, si apriva su un praticello timido, di erbette in piedi, il cui confine era un terrapieno sostenuto da un alto muro di pietre che aveva, in cima, per corona, oltre la terra bruna, un filar d'alberi di limone e d'arancio a tenersi per mano. Sulla scoscesa discesina, ponte tra gli alberi e il muretto, di primavera, era tutto un pazzo fiorir d'ireos gialli e violetti che mi innamoravano. Passavo con nonna Stella, silente, a gambe gonfie, molte ore della mia giornata. Un poco per aiutar mia madre e un poco perché, nella quiete antica di quelle vecchie ossa, in quei silenzi d'ombre, pieni di memoria, mi sembrava di respirar l'incanto della quiete.
Nonna Stella, ogni giorno, esclusa la domenica, aveva due visite. Di sera, sgradita, arrivava, brusca e di lamiera, l'infermiera di notte chiamata la signora Ida. Alta, robusta rotonda,  con i capelli d'argento rigonfi e poi racchiusi, sulla nuca, in una crocchia, la signora Ida portava un camice immacolato a coprir vesti e forme più che generose; un camice che la faceva somigliare, corpo e capo, a un pupazzone di neve. Chiamava nonna Stella "nonnina", cosa che faceva saltar  le furie a mia madre e storcere il naso nel disgusto alla diretta interessata che, pur non parlando più, ci sentiva benone.
Al pomeriggio, più o meno alle cinque, arrivava, invece, gradito, il signor Mario, tutto l'opposto della Ida. Piccolo, con due orecchie da elfo, portava una giacca color sabbia odorosa di legna bruciata e di fuoco. L'odore era quello della sua casetta con pavimento in terra battuta, che pareva quella dei nani di Biancaneve, nascosta com'era tra le frasche e i cespugli di un giardino che dormiva, gomito a gomito, accanto  al nostro. Arrivava, puntuale, il signor Mario (ma per me era ed è rimasto sorma) alle cinque a bere un cappuccino in cui faceva annegare, inzuppettandolo, un cornetto dolce. Stavano due ore insieme: lei e lui, zitti zitti, e faccia a faccia. Io, in mezzo, a fare i compiti. Un giorno, non so neppur perché, il signor Mario prese a raccontarmi di quando era tornato, soldatino dell'Armir, a piedi dalla Russia. E camminava, camminava, solo, nella neve, tutt'intorno ovatta e lui, piccolo piccolo, un puntolino nero nell'abisso bianco. Chiusi gli occhi e lo vidi, tra le braccia bianche, perduto nella neve della signora Ida...   

1 commento:

  1. Ci sono persone che lasciano il segno del loro passaggio nella nostra vita. :)
    Buon fine settimana

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