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venerdì 1 giugno 2012

Brasile, mon amour

Nel mio ricordo fiorito del Brasile, in un viaggio che mi portò, sposa di fresco, al di là del grande Oceano, vedo nel film convulso della mia memoria, mio nipote, bebè, piccolo, bianco e biondo, in una tutina bianca e bionda pure lei. Siamo in una chiesa di Brasilia, che somiglia, nella sua aggraziata modernità di ghiaccio e di luce, alla parrocchia mia di ragazza, intitolata a Santa Marcella.  Carlo, piccino, è in braccio alla madrina, che ha capelli e nome di miele; Gisele è amica di sua madre e, nel tempo, anche mia perché il destino si diverte a mescolare il mazzo. Io, più in là, in un canto, ho in mano un cero color niente che si consuma nel caldo di quelle latitudini; un lungo cero bianco, alto come doveva diventar alto mio nipote oramai ragazzo...
Nel mio ricordo fiorito del Brasile, c'è una pousada, c'è un pappagallo e ci sono certe scimmiette color cioccolato a saltellar di ramo in ramo nel verde smeraldo di quelle sconfinate, ruggenti solitudini. E c'è una spiaggia, la spiaggia di Paratì dove finimmo, mio padre, mia madre e io, in una vacanza organizzata col cuore dal fratello oramai brasiliano. Eccoci in tre, nel calore di una bella mattina di eterna, potente estate tropicale. Mio padre e io contrattiamo sul molo non so più che gita a veder non so più quali pesci. Mia madre, pigra, se ne resta distesa sulla spiaggia, col telo e basta: "Io resto qui, così bene...". Dice e buonasera. Come una Regina. Meschina, pensava di essere a Cala dei Gigli! Non sapeva, lei, che fino la sabbia in Brasile è fiato e viva.
Quando lui e io tornammo, freschi di luce e di onde d'argento, con gli occhi pieni di pesci, la trovammo, livida, sulle braci, seduta in pizzo a una sedia all'ombra delle mangrovie, assediata da una colonia di granchietti rossi spiritati che le avevano reso la permanenza e il sonno sul telo, che lei pensava paradiso, di spine e di fiele. Ai tropici... 




La fotografia è di Marco e si intitola Latitudine zero.

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