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sabato 30 giugno 2012

Bambole e autogrill


L'autostrada del sole, strascico srotolato su vallate e rimboccato sotto le colline, del mantello di polvere (ché d'oro, l'autostrada, aveva soltanto il nome...) di un gigante egoista ci accompagnava lungo l'interminabile viaggio in automobile da Roma a San Giuliano che ci toccava ai primi di giugno per salutare nonna Stella e la sua corte composta dalla Lilli, dal cane Pippo e dalla contadina Carolina. Il viaggio, un'agonia, con l'odor di acrilico e di caldo che si infilava nel naso e andava a far a gomitate in pancia.... Ma c'erano gli autogrill a far da corona in testa alla strada, che parevano vestiti di porporina e di luci e per me eran sirene. Ci fermavamo, di rado; soltanto per i bisogni o per il pieno. Mia madre portava tutto quanto in borsa: panini e acqua. Ma se mio padre, che guidava lungo la spina dorsale dello Stivale sano, voleva, putacaso, un caffé, allora il mio cuore cantava l'alleluia perché potevamo entrare in quel bengodi goloso, rosso e d'oro, dove le bamboline parevano far tanto di braccia e gridare solo a me "comprami, comprami!". Camminavo, come sonnambula, tra le tentazioni di Sant'Antonio... E sfilavo via, a bocca asciutta, lasciando l'anima tra le braccia delle pupe. Una volta, tra Bologna e il Pian del Voglio, eccomi ammusata tornar verso il parcheggio. Stavo per sedermi al mio posto e buonanotte al secchio come sempre, quando la vidi, la bambola! Mi aspettava! Mio padre entrò in macchina, ci contò, come faceva sempre per prudenza, e contò come numero sei la pupa mia...

mercoledì 27 giugno 2012

Colline dell'anima mia

Stufa dei fumi di Roma, con in testa la malia delle colline verdi sabine che si rincorrono, ridenti e ricamate di filari di ulivi d'argento, m'innamorai un bel giorno di dieci anni fa (mi pare) di una casina lunga lunga e stretta che portava in capo un terrazzo di cotto rosso affacciato sul grigio e sul rosa delle vecchie case, in un gioco di tetti e comignoli e campanile, e  sulle vallate del Farfa, e che calpestava sotto le suole i sanpietrini grigi e bianchi della piazzetta del piccolo, delizioso borgo di Monte Santa Maria. La comperai rincorrendo il sogno della quiete della campagna, rispondendo al richiamo degli ingenui incanti agresti che avevo imparato ad amare leggendo le poesie del Pascoli, myricae dell'anima che si fan cibo spirituale.
Colline dell'anima
Comperai, così mi parve, a poco prezzo (e già questo doveva essere indizio) un ritaglino di paradiso. E lo comperai, ora lo so, perduta (e colpevole) nel mio sogno letterario, che doveva andare in frantumi fin da subito perché il mondo non cambia punto fuori dal raccordo anulare; il mondo non è fatto di poesia, ma  rumori e carne e sangue e urli e pallonate sono cose che si tiene stretto e cucito addosso come un vestito nuovo. Così, al posto del silenzio, mi ritrovai, di notte, a vegliare al suono delle grida notturne di certi vicini litigiosi e al lume del sole a combattere con i punf e punf delle pallonate a battere sguaiate sui muri e sull'acciottolato. E per di più, straniera tra i paesani... Oh, se soltanto avessi letto prima di far l'acquisto "Vita in villa" di Clotilde Marghieri! A lei, sorella mia, toccò il viavai  e il ruggito dei tir sulla circumvesuviana, a me l'allegro e incessante parapiglia della gioventù in fermento. A tutte due, le mappe geografiche disegnate da pioggia e umido su soffitti e muri; a tutte e due, la risata del risveglio. Eppure, ancora oggi, se chiudo gli occhi miei color castagna, mi pare di veder con il terzo, che non ha colore, le mie dolci colline dell'anima...

martedì 26 giugno 2012

L'amore all'ombra di Cavour

A ventisei anni, con in saccoccia il mio bel contratto in verde con il Gazzettino (che doveva durare diciotto lunghe primavere) puntai i piedi in quella famiglia, dove ero nata per ultima e con una flebile vocina in capitolo, e dichiarai che, dal giorno tale, sarei andata a vivere da sola. Lo feci, dopo una parentesi tonda trascorsa in un appartamento umbertino che dava le spalle al Conte di Cavour, e alto e marrone e solenne che pareva in tonaca da monaco; lo feci dopo aver vissuto con un'amica, che mi sono perduta (ahimè) lungo il sentiero di sassi e spighe della vita, la quale non poteva poi dirsi una bellezza, ma lo era, e di più, come lo sono certi misteri  arcani, che più cerchi di squadernarli e più si fan remoti, scappano via, tinti d'azzurro e inghiottiti dalla lontananza.
Ma torniamo sul nostro pianeta e lasciamo le chimere alle chimere, che stan benone tra loro e lassù a ballare nell'infinito. Dunque Francesca, perché così si chiamava questa signorina, che oggi è signora, è piena di figlioli, è fotografata di qua e di là, e ha anche un bel titolo di nobiltà, frequentava proprio allora quello che doveva diventare suo marito. Era, questi, un tipo alla Leopardi, malinconico di fisico, ma con due grani di pepe dietro le lenti sbiadite; dai capelli color cenere, ma elegante nella semplicità in bianco e beige del suo lignaggio; tutto suo quel certo trasandato chic che gli veniva, diritto, dai blasoni e dall'azienda di famiglia che era un poco la bandiera d'Italia. Simpatico lo era, colto pure e anche, pane al pane, tanto, tanto ricco.
Aveva, ai tempi, già una figliolo sui sei anni, che, la sera di festa di cui parlo, si rifiutava di andare a letto. Dichiarò (e ancora oggi, Dio, mi chiedo che grillo lo ispirò) che sarebbe andato a nanna soltanto quando un ospite avesse indovinato il nome del secondo Papa. Boh, la prima risposta; la seconda Pietro e così via nella totale ignoranza vaticana, mentre la notte metteva il pigiama, inseguita dalle ore in camicina. Il piccolo impiastro, niente, sveglio, sveglissimo e ora in salotto, ora in cucina, ora anche in camera da pranzo. Suonarono alla porta e Francesca corse ad aprire. Era un amico mio, un collega. Provate a immaginar la faccia beata di Francesca, che se avesse avuto una scopa avrebbe preso il volo, quando a domanda il mio Andrea (perché questo signore, invece, doveva diventare il mio, di marito...) rispose: "Lino"...



lunedì 25 giugno 2012

Voci romane al Babuino


Quando giungo in questo mio angolino rosa, rifatto nuovo nuovo dall'amica Azzurra, mi par d'essere benedetta dallo spirito di Aristofane e di Petronio; respiro nel mio Orazio, ritrovo per mano la Prato e la mia Drigo e la Deledda e tutte le sorelle - più vive e vere e vicine dell'unica che ho nel mondo -  che mi hanno regalato, loro sì generose, ognuna a modo suo, un pizzico di sale, una presa di cardamomo, due tarì di coriandolo. Entro e le mie dita, come andassero da sole, spinte da un comando segreto, imbastito all'anima, paiono pigiare al volo sui tasti e l'alfabeto, regalando sugo e danza a parole e frasi. E io vivo finalmente. Anzi mi par d'essere più vera qui che nello scodinzolar dei giorni, tutti pieni di grane e di fatiche, ore a inseguirsi che precipitano come gocciole d'acqua nel fiume eterno della vita in fuga.
Con questi pensieri a gomitolo in testa, eccomi a camminar per spicciar certi fastidi, lungo la via del Babuino che è viottolo d'ombra e preziosa nel riverbero del diavolo dell'estate romana. Cammino cammino e, giunta di fronte al brutto sileno che dà il nome alla strada, mi fermo per antica, solenne devozione verso gli spiriti dei crocicchi e dei boschetti, spiriti dell'acqua sacra, che erano e sono anima segreta della mia bella Roma antica. Sono lì di sasso e sale, con una voglia in cuore di confidarmi con codesto antico signore parlante; sono lì perduta nella vita segreta del babuino, che ha capo bianco e corpo nero e che par beffarsi, nel suo sorriso sbieco, di macchine e passanti, quando non so perché, o forse lo so ma spiegarlo è come risolvere il teorema di Fermat, mi sovviene la memoria di nonna Stella che per sapere l'ora esatta componeva - infilando l'indice nel disco trasparente e traforato del telefono antico, color grigio topo - un certo numero (mi pare il 16) e quando, alla risposta, la voce registrata della centralinista  ripeteva come in un mantra ipnotico, che so, ore 15 e 25, ore 15 e 25, mia nonna con vocina di flauto diceva: "Grazie signorina". E metteva giù la cornetta, tutta contenta, come se avesse ritrovato una sorella..

domenica 24 giugno 2012

Spettri a Cala dei Gigli

La notte di San Lorenzo, sotto un pianto di stelle, nel  retro spiaggia di Cala dei Gigli si accendeva  un grande falò, che danzava, guizzando saette, al centro di un girotondo di pietre. Il fuoco e la festa  richiamavano tutti gli ospiti della baia che arrivavano alla spicciolata, e finivano, giovani e vecchi, per sedersi all’indiana tutt’intono al falò, mentre Rosalie, la signorina nostra irlandese, cantava nel buio "Two little boys"... Io, ipnotizzata dal canto, dal cielo di panno nero, dal respiro della risacca. Guardavo affatturata diavolini di fiammelle che, in piroetta, facevan l'acchiapparella accendendo il buio. La mia anima insieme a loro.  Si mangiava con le mani: patate  alla brace, avvoltolate come dono in carta argentata, che si faceva, una volta ben cucinata, nera e opaca. E salsicce infilate su picche e bastoncini. Per pulirsi dall'uno, sabbia e mare. Per noialtri bambini, vestiti alla buona - c'era chi veniva persino in pigiama, con soltanto i denti da lavare... - era la fine della quaresima della buona creanza che se ne rimaneva su a casa, dimenticata, in soffitta. Una pasqua allegra di dita e bocche d'olio. La vittoria di Dioniso sullo sfolgorio sardo d'Apollo...
Ancora oggi, a Cala dei Gigli, la tradizione resiste, ma s'è fatta signora, in Rsvp, con quel tanto di plastica che fa tanto mondo nuovo. Gli invitati chiamano il dieci agosto festa di mezza estate e San Lorenzo, meschino,  giace, dimenticato, al Verano e così sia.  Scendono in spiaggia, i festanti, tutti vestiti di bianco (è questa la regola...)  e depongono piatti e vassoi carichi di cibarie assortite su un tavolo da ping pong, rimboccato di bianco, che se ne sta, triste, in cima alla duna grande tra il laghetto salato e la spiaggia. Non ci sono fuochi e nemmeno le stelle cadenti. Ammonticchiati in un canto, piattini, posate, salviette, come alle feste dei pupi. Ah dimenticavo, anche i bambini, come tante cavolaie, indossano panni di candeggina. C'ero anch'io a quella festa qualche anno fa. E mentre la notte, gentile, indossava il suo nero mantello, girando gli occhi intorno, mi parve di vedere soltanto spettri e fantasmi. Le pallide ombre di come eravamo.

sabato 23 giugno 2012

L'angelo della notte

L'angelo della notte di  Giulio Monteverde


A volte, quando il viso di mio padre scolora, mi vien voglia - è quasi una fame di bignè - di andare a conversar con lui, nel silenzio del Pincetto Vecchio dove dorme al Verano. Oh, non pensate che sia una roba triste, per me, camminar per i viali di silenzio e di fiori e di gatti randagi del camposanto romano, nossignore! In alto,  il cielo par spazzolato di fresco e i cipressi, da terra, lo solleticano con le loro cime di piuma verde cupo, nella quiete d'ombra dell'ultimo riposo. 
Quando arrivo a destinazione, già piena di parole senza voce, ho un gran da fare per mettere un poco d'ordine e pulire e sistemare i fiori e togliere spine e foglie e potare le rose selvatiche. Alla fontana, dove i gatti sono signori, c'è poi sempre da cicalare con qualche pia donna e domitilla, che trasferisce al Verano il culto suo per la casa linda.
Mi siedo,  poi, in riposo finché  non sento forte il richiamo del mondo. Una sera, al crepuscolo, colorato d'ombra, mi sono alzata e, andando bighelloni, mi  sono ritrovata in un maestoso quadri portico; le tombe, in fuga, su ogni lato. Seduto su un sarcofago color osso di seppia, un angelo giovinetto e bello e ricciuto, come appena volato giù dal Paradiso, se ne sta lì a guardarmi, con il mento peso a gravar sulla mano stesa, in una foggia , languida ed estatica insieme, che par dire "Oh come vorrei volare via, ho tanto da fare e mi tocca stare qui...". Lo guardo: è la fotografia di marmo dell'anima mia, mi dico, tutta in lui e nelle tante stelle che gli fanno il girotondo intorno al collo.
"Ah signorì, se chiude! - viene, però, la voce di un guardiano. Io, nulla. E quello, seguendo gli occhi miei: "Lo vede, no. Pure  l'angelo della notte se ne vo' annà a dormì!".  Punti di vista.

giovedì 21 giugno 2012

Tedeschi a Roma

Nel  bel fresco del mattino presto, apro le imposte color matita sanguigna che guardano giù sulla via del Boschetto, dove non c'è anima viva, non un cane né una rumorosa macchina; apro le imposte, dicevo, l'una e l'altra e nel naso sento, d'un tratto, quel formicolio d'umidore e di serenità che profumava le mie mattine d'oro a Cala dei Gigli. Oh com'è possibile, mi dico e mi domando, mentre, in cucina, le mani fan ginnastica con la macchinetta del caffè in quei gesti di santa abitudine che sono come il segno della croce in chiesa. Eccomi pronta a uscire, con le mie ballerine nuove, marca Porselli, che, morbide e pastose, sono le uniche per me. Cala dei Gigli è lontana un Perù, mentre attraverso la Via Nazionale, che fugge via, sciolta, serpente per srotolarsi fino alla Piazza Venezia e proseguire, cambiando nome, fino al Lungotevere. Se chiudo gli occhi, mi pare quasi di rivedere la villa Ludovisi, con gli orti e i giardini, che erano splendore a Termini, prima delle lottizzazioni piemontesi...
Il tempo incalza, le ore, nelle loro belle tuniche bianche, mi danzano davanti ed eccomi sul bus numero 70, diretta ai prati di Castello, dove di erba non resta che il nome antico usato dai romani. Non so dire perché ma il 70 è una di quelle linee rare e sempre strapiene. Salgo, nella calca, col cuore in tempesta per via delle mie Porselli che sono rosa cipria e delicate.. Salgo e fin da subito incontro lo sguardo, tra l'ironico e lo smarrito, di un gruppetto di tedeschi in visita al Paese dei limoni. Affogati come me in quella accaldata umanità, gli occhi loro paiono sospirare di malinconia al pensiero della loro cara Patria sull'attenti e pulita e in messa in piega. Ci guardiamo mentre l'autobus scodinzola verso il largo di Magnanapoli. Il primo sussulto nel volto dei miei amici quando, sulla sinistra, compare, solenne, color laterizio di Cesare, prima la torre delle Milizie e poi la mole dei Mercati di Traiano con lo scorcio della via Biberatica a correr tra le botteguzze di Gaio e Cornelia...
Girgolu, i gigli della sabbia
I
Lo sguardo di loro si fa chiaro e quasi sembran più leggeri. L'autobus continua la sua lenta discesa ed esplode nella piazza Venezia che pone sul palcoscenico, a man manca, il candore del Vittoriano e, in lontananza, sulla destra, ecco l'Ara Coeli e il Campidoglio. I miei tedeschi ora mi sorridono e, nel loro rapimento, non sono più in quel mezzo sudato di umanità in cammino, ma, tutti quanti, nel giardino verde, Ludovisi, ad ammirare, con occhi nuovi, la Roma eterna. E mentre loro si perdono nell'incanto, io li saluto con una riverenza dello spirito e scendo all'Argentina, recando in cuore il mio paradiso, che è  il profumo salso, mattutino della mia Cala dei Gigli...

mercoledì 20 giugno 2012

Un'altra me


Per me, Cala dei Gigli - senza arrotolar ricci d’ipocrisia che piaccion tanto al mondo e non a me - ha sempre avuto il viso bello, biondo, abbronzato di Silvia. Appena arrivata a casa, bambina e ragazzina, neanche il tempo di fare la pipì, eccomi sul balconcino, affacciato sugli azzurri limpidi di cielo e  mare sardo, che era penisola della camera da letto dei miei genitori, a guardar nell’orto di bouganville rosa dei nostri vicini. Da lì, in vedetta, potevo, infatti, aver lo sguardo diritto sulla veranda della camera da letto di Silvia e di suo fratello. Friggevo nell’aria del mattino presto, con il sole che doveva ancora prendere il caffè, se non udivo voci e fruscii che mi parlassero di una casa viva, abitata – per me – solo da Silvia. Nel cuore un lago d’oro, quando invece le imposte,  miracolo, erano aperte e si udiva, lontana, l’eco della voce della mamma di Silvia che chiamava i figlioli suoi “passerottini”, mentre io ero solo e sempre Ester, sotto lo sguardo color indaco e rosa di Tavolara appena sveglia…
E mentre mi perdo nel ricordo di quei giorni antichi e mi rivedo, piccola, bionda, correr giù, rotoloni, a precipizio, senza maschere, candeggiata nella pura sincerità a raggiungere la gioia suprema della compagnia (per me) di Silvia, un’altra memoria mi afferra per le gambe e mi fa ruzzolar giù e piegare ginocchia e gambe. Un’altra me… Siamo ragazze, Silvia e io, e tutte e due bionde e belle e civette. Siamo a casa sua, sedute in veranda a farci i piedi, in attesa lei di un fidanzato (mi pare si chiamasse Giulio) e io di un tipo (che non mi piaceva punto) che era amico di Giulio. E tutti e due, meschini, stranieri a Cala dei Gigli, mi pare di Porto San Paolo...
Siamo lì, mentre le tenebre di tende nere scendono a coprire il mare laggiù e sul capo nostro tremano le stelle e splende una luna rotonda di Iside. Il silenzio ci abbraccia. Siamo lì, io e lei quando, dalla strada principale, bianca, deserta, senza nome, si ode, d’un tratto, un ruggito di macchina. Saltiamo su, io e lei, senza una parola, come rapite dalla luna, e ci nascondiamo in casa, chiudendo porte e anima. Poco dopo, un vocio di ragazzi basiti al nostro nulla. Solo le risate nostre trattenute in gola, feroci, folli, ricordo, e quei due, poverini, che battevano in ritirata, sconfitti… 

lunedì 18 giugno 2012

Lorenzo va in prigione


Non so se vi ho detto (ma ve lo dico ora) che, da questa sera, le mie bennibags, nuove nuove, appena uscite dal forno, saranno in vendita alla Festa dell’Unità, che si srotola gonfia di speranza, nel deserto politico di quest’ultimo anno, sui prati verdi della Passeggiata archeologica, lì dove Numa Pompilio, re sabino di una Roma ancora in fascette, incontrava la ninfa Egeria, che lo doveva illuminare nel percorso. Non in compagnia di Numa saranno le mie bennibags, ma di Gianpiero, un amico, un libraio (http://www.libridiieri.it/), che nasconde in cipiglio, dietro barba e baffi sale e pepe, un cuore grande   E siccome loro, le bennibags, sono borse letterarie (o almeno io le vedo così perché sono nate dalla testa mia, tutta quanta piena di titoli e papiri), stan benone in compagnia delle prime edizioni e dei bei libri di Giampiero: per mano a Pasolini e a Dolores Prato. Così come, da qualche mese in qua, se ne stanno, buone buone, le bennibags,   nella piccola libreria di Michelle dal nome evocativo di “Libri necessari” (http://www.librinecessari.it/) in Via degli Zingari, al rione Monti; un rifugio d’anima per poeti e pittori e artisti nella terra desolata del mondo nuovo, al neon, che fugge...
E ora basta col contorno d'insalata e passiamo al sugo. Ero, dunque, andata a portar le bennibags a Gianpiero in un certo bar sulla Via Urbana dove il caffè, buono, è di marca Illy e le geometrie del locale moderne. Ma siccome io, agli appuntamenti, arrivo sempre quel quarto d’ora prima, che fare che non fare, mi infilo nella piccola chiesa di San Lorenzo in Fonte che una facciata quasi non ce l’ha, schiacciata spalla a spalla com’è tra due palazzi, ma una storia eccome, e scendo giù, fino al carcere di Lorenzo, che doveva bruciar, martire, il dieci agosto, sulla sua graticola al Foro romano.  D’ombra la chiesa e d’ombra la prigione, emergo sulla strada mentre l’ora mangia secondi e  minuti e appena, da lontano, scorgo il motorino di Gianpiero, mi passa davanti una certa signora, con un pupo per mano. Giovane la tale signora non è certo, e somiglia un poco alla Magnani nella rotondità della matrona, una Cornelia moderna col suo Gracco. Il ragazzino ha in viso il pianto e la signora, col petto già davanti alla Chiesa - che i più non sanno neppure essere intitolata a San Lorenzo – strattonandolo gli fa: “A Lorè io te rimeterebbi in priggione…”. L’avrei abbracciata.

venerdì 15 giugno 2012

Dalla Russia, con la mia Stella

Quando nonna Stella, seduta in seggiola a rotelle, con poche parole e spente sulle labbra e anche pochi sorrisi, venne a star da noi a Roma, occupava una stanza al pianoterra che aveva tende e copriletto color cielo portoghese. La finestra, di avara luce, si apriva su un praticello timido, di erbette in piedi, il cui confine era un terrapieno sostenuto da un alto muro di pietre che aveva, in cima, per corona, oltre la terra bruna, un filar d'alberi di limone e d'arancio a tenersi per mano. Sulla scoscesa discesina, ponte tra gli alberi e il muretto, di primavera, era tutto un pazzo fiorir d'ireos gialli e violetti che mi innamoravano. Passavo con nonna Stella, silente, a gambe gonfie, molte ore della mia giornata. Un poco per aiutar mia madre e un poco perché, nella quiete antica di quelle vecchie ossa, in quei silenzi d'ombre, pieni di memoria, mi sembrava di respirar l'incanto della quiete.
Nonna Stella, ogni giorno, esclusa la domenica, aveva due visite. Di sera, sgradita, arrivava, brusca e di lamiera, l'infermiera di notte chiamata la signora Ida. Alta, robusta rotonda,  con i capelli d'argento rigonfi e poi racchiusi, sulla nuca, in una crocchia, la signora Ida portava un camice immacolato a coprir vesti e forme più che generose; un camice che la faceva somigliare, corpo e capo, a un pupazzone di neve. Chiamava nonna Stella "nonnina", cosa che faceva saltar  le furie a mia madre e storcere il naso nel disgusto alla diretta interessata che, pur non parlando più, ci sentiva benone.
Al pomeriggio, più o meno alle cinque, arrivava, invece, gradito, il signor Mario, tutto l'opposto della Ida. Piccolo, con due orecchie da elfo, portava una giacca color sabbia odorosa di legna bruciata e di fuoco. L'odore era quello della sua casetta con pavimento in terra battuta, che pareva quella dei nani di Biancaneve, nascosta com'era tra le frasche e i cespugli di un giardino che dormiva, gomito a gomito, accanto  al nostro. Arrivava, puntuale, il signor Mario (ma per me era ed è rimasto sorma) alle cinque a bere un cappuccino in cui faceva annegare, inzuppettandolo, un cornetto dolce. Stavano due ore insieme: lei e lui, zitti zitti, e faccia a faccia. Io, in mezzo, a fare i compiti. Un giorno, non so neppur perché, il signor Mario prese a raccontarmi di quando era tornato, soldatino dell'Armir, a piedi dalla Russia. E camminava, camminava, solo, nella neve, tutt'intorno ovatta e lui, piccolo piccolo, un puntolino nero nell'abisso bianco. Chiusi gli occhi e lo vidi, tra le braccia bianche, perduto nella neve della signora Ida...   

mercoledì 13 giugno 2012

Compito di matematica

Al Mater Dei, per salutar le sister, e non solo la direttrice, dovevamo, noialtre, capelli tirati in uniforme bianca e blu, fare, nel porgere la mano destra del saluto, un fragile inchinetto, incrociando dietro al sinistro il piede destro e piegando, quasi con un saltello, entrambe le ginocchia, una davanti e quell'altra appresso. "Good morning sister!", squillavo con la voce al vento e giù al piano terra, mentre chinavo anche la fronte in un naturale e rotondo gesto di umiltà. In classe, all'entrar delle sister e di maestre prima e di professoresse poi, tutte in piedi - io e le compagne - come alimentate da un meccanismo a molla. "Sedute", diceva l'insegnate che era come dir "riposo" alla truppa. E noi, pecorelle, sedevamo, inghiottite da certi banchi antichi, enormi, color pennello verde smeraldo, con la ribaltina e il buco nero per infilarci dentro il calamaio, ma che pareva, a me ignara, la porticina dell'inferno...
bennibag giapponese 
D'un tratto un ricordo dispettoso s'infila  ratto nella mia memoria pallida. E sono, ragazzina, china sul foglio protocollo a quadretti, impegnata nelle fatiche d'Ercole (per me) del compito di matematica, la coda di cavallo par fremere nell'ansia mia. Della feroce professoressa Battistelli, la cui voce, per come la ricordo, veniva da un abisso sonoro di lame acuminate, molti, vividi ricordi. Portava i capelli corti, alla maschio, e aveva sul labbro, lato destro (se non sbaglio) un ripugnante (per me) neo tirabaci. Ricordo  il piede suo, visto da sopra in giù, calzato in una scarpa ben scollata e molto femminile, che diventava, però, drago e demonio. Ricordo, ricordo la paura e il brivido al suono del suo spietato, sadico "consegnate, consegnate, su, su, avanti consegnate". Il piede dell'orco marciava su e giù lungo i nostri banchi verdi e mi raggiunse e mi strappò da sotto il naso il foglio. Mi stupii assai, anni dopo, quando incontrai la feroce Battistelli, che feroce non era, al Teatro Eliseo e mi riconobbe da lontano e mi chiamò e mi abbracciò, con commozione autentica, come se quel compito in classe non fosse esistito mai, solo nei miei incubi...

martedì 12 giugno 2012

Vento a Cala dei Gigli

Al risveglio,  a Cala dei Gigli, mentre il mattino stendeva nel cielo la sua tovaglia turchina ricamata di sole e il vento era ancora racchiuso nell'orcio di Eolo, io - piccola, media e poi grande - facevo a tre a tre i gradini della scala di scuro legno che conduceva in sala da pranzo e poi guadagnavo, aperte le due ali della porta finestra, la veranda con il suo bel cappuccio di calce a far da cielo. Il mare, d'argento, ancora pettinato dalla quiete mi sorrideva, laggiù, oltre la siepe spettinata di mirto e gli olivastri e i corbezzoli, nel ruzzolio scosceso della discesa in spiaggia. Restavo ferma, con un sentimento d'infinito ben piegato in cuore, spettatrice, per privilegio divino, di un miracolo arcano al quale mi pareva di appartenere tutta quanta. Piano, piano, liberati i puledri suoi, il vento cominciava a spirare. Prima, dolcemente, increspando appena l'acqua come in un brivido d'amore; poi più forte, sollevando spume e incanto. Indeciso, il vento se ne rimaneva per un poco lì a soffiare. Di qua e di là, come in un gioco d'infanzia. Se, verso le dieci, entrava a passo deciso il ponente, i capelli miei, di sole, si mettevano sull'attenti e i cavalloni bianchi e azzurri si rovesciavano sulla riva verso l'altra sponda. Se, invece, soffiava il levante, il cielo indossava un velo nuziale d'umidore, le onde, piccole, venivano addosso a noialtri e Tavolara metteva un cappello di cirri...
Vento. Questa mattina, mentre me ne andavo, nell'aria croccante del mattino presto, sola e pensierosa, con una notte un poco bianca in tasca, a pagare in banca l'Imu e l'Irpef e tutte quelle diavolerie che rendono la vita di spine, ecco, d'un tratto, venirmi incontro, amoroso, un ponentino gentile, fresco, dal sapore di primavera. Mi viene incontro, messer Vento, e mentre la mia gonna si fa palloncino e i capelli mi par che volin via, io, ne sono certa, ho respirato, nel suo abbraccio, l'odore di Sardegna, quel misto di salso e di mirto e di terra che mi portava altrove, certe notti, al monte di sabbia sul retrospiaggia...  

sabato 9 giugno 2012

Patapunfete, le collane di Verde

All'altro capo dell'anello di Cala dei Gigli, quasi sulla punta, lì dove i graniti, incendiati dal tramonto, si scioglievano (e lo fanno anche oggi) nella bianca sabbia della spiaggetta del morto, abitavano da luglio ad agosto in una casa gialla e rotonda di luna, con occhi e bocca di merletto arabo, i tre fratelli Pinci. Rosso il maggiore, col pallino del computer; d'oro il secondo, già medico in fasce, parevano,  l'uno e l'altro, a servizio della sorellina minore, che portava il nome della madre di tutti e tre, ma accorciato di una sillaba: Verdiana, la madre e Verde la figlia. Dalla madre, Verde, bellissima di corpo e di viso (come dicevamo noi allora...) aveva preso in prestito la voce, tutta naso, un miagolio di gatta romana, ma non gli occhi che, nella genitrice, neanche a farlo apposta, erano verdi. Verde, nera di pelle e di capelli, li aveva d'un allegro color nocciola e se non fosse stato per il taglio, ossuto, a fessura, orientale, sarebbero stati, diciamolo, occhi qualsiasi. Lo sguardo un poco miope, racchiuso come in una mascherina, era un richiamo per merli: di Verde erano pazzi in molti a Cala dei Gigli. Lei, niente, Diana alla caccia, a tutti, tiè, preferiva il windsurf. E no questo e no quello e no quell'altro ancora, finì che rimase sola, mentre altre, loro sì qualsiasi, si acchiappavano, maritandosi svelte, gli avanzi di lei. Si creò sulla Verde come una leggenda fatata che la voleva - meschina - segnata in fronte dalla stella di fuoco degli eletti, chiamata, non saprei dir perché, a destini olimpici, superiori, di venusiana. Per tutti, non per me, che in quegli occhi di noce leggevo un segreto pianto di bimba...
La persi di vista, Verde, come capita spesso con il gruppo degli amici del mare. Seppi, non ricordo perché, che aveva studiato, pensate un poco, il russo e che era andata a stare a Mosca o a Pietroburgo, con un fidanzato. Poi più nulla. Chiusa la casa di Cala dei Gigli, scomparsi, inghiottiti dalla vita, i due fratelli di porpora e d'oro. Ma un giorno, come in una rivelazione, venne a pranzo da me un'amica.  Una strana e incantata ferraglia le danzava intorno al collo, una collana che, per un suo arcano, inspiegabile portento, mi pareva meravigliosa pur nel disgusto delle sue spoglie viti. L'amica, fatta accorta del mio sguardo, mi disse: "Queste collane le fa Verde, la mamma di una bambina in classe con la mia..."  Intanto l'amica, gentile, si sfilava il gioiello per mostrarmelo meglio. Tese le mani impreziosite, io feci per ricevere il girocollo, ma questo, non so come, nel passaggio di dita, rovinò in terra. E io, nel cuore, gioii: terrestre, anche Verde è terrestre! Patapunfete, le collane di Verde.

venerdì 8 giugno 2012

Due piccioni in Via del Boschetto


Mi piace, d’estate, svegliarmi al mattino molto presto, quando in cielo i voli pazzi delle rondini scarabocchiano arabeschi d’inquietudini, riempiendo l’aria di strida e di richiami che a me sembrano le voci di quelli che non ci sono più. Ben desta, negli occhi ancora visioni e spiriti della notte, mi affaccio prima alla finestra della mia cucina che fotografa un cortile spettinato, in affanno, come se di notte vi avessero giocato, a modo loro,  i due finti bambini con caschetto d’oro e nocciola dei Soliti Idioti; un cortile che, sotto la luna, par respirare in sollievo,  mirando le stelle, e quasi mi sorride;  ma che col sole va al martirio, sottoposto com’è alla ruota di martelli e spatole e pennelli di operai, sempre diversi, tutti presi a risolvere problemi a me ignoti, come gli arcani maggiori e minori dei tarocchi.
Passo quindi ad aprir gli scuri della finestra del salone che si scioglie, dolcemente, nella Via del Boschetto. A quell’ora, non sono ancora le sei, le automobili e gli impiegati della Banca d’Italia dormono ancora e per la piccola via che taglia, silente, d’argento, lunare, il Rione Monti potrebbe passare, senza darmi sorpresa, il gregge di Polifemo, guidato da Pan e dalla ninfa Eco.. Questa mattina, presente al mio solito rito, all’aprir la finestra del Boschetto che è estremo confine al mio appartamento, guardo in basso vedo due piccioni, con il loro elegante abitino  d’argento e di perla. Zampettano, con il capino a far giacomo giacomo, con una grazia d’amore che mi fa restar lì, al palo, in ipnosi, rapita. Saltellano, vicini, come se fossero mano nella mano e si aspettano, premurosi, quando l’uno o l’altra prende a far colazione, col becco a rovistar tra i sanpietrini. Vanno avanti per un poco, verso la piazza della Madonna dei Monti, poi, a un segnale segreto, tornano indietro, sui loro saltelli, fin a raggiungere l'incrocio con la via Cimarra. E poi, d’un tratto, a un richiamo a me ignoro d’amore, insieme spiegano le ali, e li vedo volar via, leggeri, vicini, e a me, senza scherzi, par di aver visto, come  in dono divino, tutta quanta rotonda, la verità…
 Cespugli sul retro spiaggia di Cala dei Gigli, la vita sulla sabbia...  

sabato 2 giugno 2012

Davanti a Sant'Agnese

A volte, quando mi sento salir in gola la nostalgia di quand'ero giovanotta e curiosa e tutta gambe e mi mancano come il pane certi miei studi d'arte all'Università, in compagnia di Georgina Masson, in forma di guida, a pesare nella mia bennibag, me ne vado girellando per le strade di Roma, di qua e di là, senza una meta precisa, rincorrendo il caso che, come si sa, bacia gli arditi in fronte, se hanno il cuore cataro e bianco. Per farla breve e finirla con questo cappello di paglia di Firenze, vi dico, fin da subito, che qualche giorno fa, mi sono spinta, lungo la Via Nomentana, fino alla Basilica di Sant'Agnese, che respira nel ventre della terra, silente e buia, al pari di una grotta sacra, illuminata, però, da un mosaico d'oro, in stile bizantino. Giù per le scale di marmo, scendo come in sogno, inghiottita dai pensieri miei. Dorme qui la bella santa martire giovinetta, i cui capelli erano tanto lunghi da velar le sue nudità agli aguzzini. Dorme qui, l'agnello, in un silenzio d'ombra e di verde, che invita alla meditazione...
Ma alla meditazione  è buona norma segnare un confine. Fin qui, va bene, ma poi comincia il Paese della carne e meno male. Siamo anime vive, per Bacco, e non c'è niente di meglio - almeno per me - di un bel caffè, dopo arte e aureole. Sicché mi siedo a respirar lo smeraldo del giardino di Agnese e di Costanza a un tavolaccio di plastica, proprio di fronte a un biliardino dove un gruppo di ragazzini smanetta con i pupazzetti rossi e blu, a caccia di gol. E mentre giocano, parlano e io, che sono  ancora lì tutta piena di Agnese, ascolto. Uno, un moretto, fa a un altro: "Che parafrasi t'ha fatto fa' la prof?". Parafrasi? Sogno o son desta? E guardo ammirata i giocatori di biliardino, con un sospiro di sollievo in cuore per questa gioventù che a volte - ma non sempre - mi par nutrita di nulla digitale. Lo guardo, il signor perifrasi, col sorriso su ciglia e sopracciglia. Subito dopo, ecco la risposta di un compagno, alto e bislungo: "All'amica di Samantha". Detto a scivolo, cucinato a puntino,  persino con il "th" all'inglese.  Io: un tonfo. All'amica di Samantha, sospiro (ma il riso è ancora acceso, non ce la faccio mica a trattenermi...),  mi alzo, è tempo di migrare. Povero Foscolo.

venerdì 1 giugno 2012

Brasile, mon amour

Nel mio ricordo fiorito del Brasile, in un viaggio che mi portò, sposa di fresco, al di là del grande Oceano, vedo nel film convulso della mia memoria, mio nipote, bebè, piccolo, bianco e biondo, in una tutina bianca e bionda pure lei. Siamo in una chiesa di Brasilia, che somiglia, nella sua aggraziata modernità di ghiaccio e di luce, alla parrocchia mia di ragazza, intitolata a Santa Marcella.  Carlo, piccino, è in braccio alla madrina, che ha capelli e nome di miele; Gisele è amica di sua madre e, nel tempo, anche mia perché il destino si diverte a mescolare il mazzo. Io, più in là, in un canto, ho in mano un cero color niente che si consuma nel caldo di quelle latitudini; un lungo cero bianco, alto come doveva diventar alto mio nipote oramai ragazzo...
Nel mio ricordo fiorito del Brasile, c'è una pousada, c'è un pappagallo e ci sono certe scimmiette color cioccolato a saltellar di ramo in ramo nel verde smeraldo di quelle sconfinate, ruggenti solitudini. E c'è una spiaggia, la spiaggia di Paratì dove finimmo, mio padre, mia madre e io, in una vacanza organizzata col cuore dal fratello oramai brasiliano. Eccoci in tre, nel calore di una bella mattina di eterna, potente estate tropicale. Mio padre e io contrattiamo sul molo non so più che gita a veder non so più quali pesci. Mia madre, pigra, se ne resta distesa sulla spiaggia, col telo e basta: "Io resto qui, così bene...". Dice e buonasera. Come una Regina. Meschina, pensava di essere a Cala dei Gigli! Non sapeva, lei, che fino la sabbia in Brasile è fiato e viva.
Quando lui e io tornammo, freschi di luce e di onde d'argento, con gli occhi pieni di pesci, la trovammo, livida, sulle braci, seduta in pizzo a una sedia all'ombra delle mangrovie, assediata da una colonia di granchietti rossi spiritati che le avevano reso la permanenza e il sonno sul telo, che lei pensava paradiso, di spine e di fiele. Ai tropici... 




La fotografia è di Marco e si intitola Latitudine zero.