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domenica 20 maggio 2012

Nel respiro delle onde

A Cala dei Gigli, in una casa color piume di canarino che si sciacquava i piedi nelle onde, vivevano, da giugno a settembre, la signora Else e l’ingegner Fiani. Lei, vecchia come il tempo, in testa i capelli di Brigitta, la fidanzata bisbetica di Paperone; lui magro come un ramo secco e color cioccolato fondente: insieme formavamo un tutt’uno d’amore che solo a guardarli mi pareva di nuotare in un laghetto di miele...
Al mattino, presto, quando il sole scaldava i cavalli del suo carro d’oro, protetto dall’ombra dell’Aldia Bianca, lui e lei, a bordo di un gozzo a righe bianche e rosse, erano già in mezzo al mare, la prua alla spiaggetta del morto. Lui, ai remi, pareva Caronte, un Caronte buono; lei, avvolta in un accappatoio bianco, un’anima del paradiso caduta per caso nelle braci dabbasso. Tutt’intorno, nella spuma dell’onde, era silenzio e strida di gabbiani. Io, dal finestrino della cameretta verde che dividevo con Marco, li osservavo filare, lenti, sull’acqua, come un quadretto di perfezione, nelle pennellate di Monet. Di lei, mi piaceva la voce che era rimasta spiccia, tedesca, brusca in un modo suo di zucchero; di lui, tutto. E il fatto che avesse per me una tenerezza speciale per via delle fossette (che io ho sempre odiato) e che, per lui, erano il bacio degli angeli. Mi ritrovavo, nell’incontrarlo, con una mascherina sul mento, fatta dalle dita sue, pollice e indice di qua e di là, e negli occhi quel sorriso di luce che mi porto dentro, per mano, da allora…
D’un tratto un ricordo picchia all’uscio e chiede - permesso! - di entrare. Sono grande, donna fatta, ancora senza marito né figlioli, e sono andata, con la figlia di Silvia (già giovinetta e bionda e bella), la mia amica del mare, a raccogliere chioccioline col cappello rosa, fin sulla punta della baia, in una spiaggetta romita, spazzata dal vento e dalle correnti; tornando, a passi di danza, eccoci camminar lungo la spiaggetta di casa Fiani. Una voce tedesca ci chiama. Saliamo, io ed Eugenia, a salutare l’ingegnere. E’ un albero stanco, l’ingegnere, disteso su un lettuccio, mi pare già morto, ma morto non è. S’illumina al vederci, mi tende una mano di rovere antico, la passo alla bimba, la mano, in silenzio, disegna una mascherina, da fossetta a fossetta. E in un lampo, in quel lampo, il segreto è svelato: l’alba e il tramonto, il gioco eterno della vita che respira nella spuma del mare di Cala dei Gigli… 

1 commento:

  1. Ciao, mi piace come scrivi, tornerò a leggerti. Il tuo blog è veramente carino.

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