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lunedì 21 maggio 2012

Le tre Gi al Mater Dei


Erano ben tre, in scaletta, le sorelle Guidetti al Mater Dei, una più vispa e vespa dell’altra, velenose e divertenti insieme come succede in certe alchimie umane dove non si distingue più, e per fortuna, il bene dal male. E partiamo, per cambiar l’ordine degli addendi che tanto il risultato non cambia, dalla minore, la quale, mora mora come il caffè, portava il nome di una via consolare ed era in classe con la sottoscritta. Di lei, solo gli occhi ricordo, verdi, verdi, con delle pagliuzze d’oro a ridere del prossimo e il fatto che si accompagnasse, cascasse il mondo, con un’amica racchia per splendere ancora di più nel suo cieco (in barba agli occhi  parlanti…) narcisismo. La seconda, la mediana, piccola piccola che poteva entrare in un taschino, veniva subito dopo, a un anno di distanza dalla sorella; aveva un nome gaio che faceva pensare alle feste di campagna, due occhi blu e un caratterino da Santippe, che te lo raccomando. Si sposava, quest’ultimo, con un certo modo sciatto, spoglio, di portare la divisa che mi faceva venir voglia di abbottonarle il colletto della camicetta che pendeva a moccolo spento sul collo.
La maggiore delle tre, in classe con mia sorella, si chiamava Roberta e non somigliava punto a quel suo nome sull’attenti. Roberta, alta una cicerchia, era di fuoco e brace e, seppure punto bella, con gli occhi di castagna e un nido riccio di capelli in testa, aveva appresso un codazzo di ragazzi, neanche fosse il pifferaio magico. Era, occorre dirlo, tutt’uno con Temistocle, furba e di spigoli. Eppure, spicca nella mia memoria come una torre medievale in mezzo alla campagna. Ebbe, nel corso della vita, due mariti e un mazzo di figli, ma per me  un ricordo resta nel bronzo. Siamo in chiesa, a messa, nella cappella del Buon Pastore, lei (lo so) finge di pregare, assorta, durante l’elevazione, nella solennità del mistero. D’un tratto, la borsa sua - un bauletto di Gucci come avevano tutte le grandi di allora - prende a ballare e mentre l’ostia par volare di tra le mani del sacerdote, parte un ringhio e un ua ua che fa girare, furente, la sister direttrice. E lei, non ci crederete, invece di confessarsi (come avrei fatto io, porporina e al galoppo), si volta pure lei, corrucciata come una diva offesa, e dice alle compagne, col ringhio del suo Bratar: “Bè, che aspettate, tiratelo fuori sto cavolo di cane, ché io sto a pregare…”. E si rimise giù, ginocchioni, con la faccia tra le mani giunte...

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