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venerdì 4 maggio 2012

La mia Sardegna di maggio

In maggio la Sardegna par l'Irlanda tanto è verde e fiorita, profumata come se fosse pronta ad andare al ballo del Re di Piemonte. Dalla terra umida ancora per le piogge del trascorso inverno sale un odorino come di selva  che prende, al balzo, sottobraccio gli effluvi di salso, mirto e olivastri che, tutti mescolati insieme, sono gli odori della mia infanzia passata, a schiena al sole, nella protostoria di Cala dei Gigli. Lungo l'anello color farina di semola, solo gli armenti dei Ciclopi. Nessun ombrellone a fungo a crescer a un metro dalla riva.... Al ricordo di quelle mattine, con un sole arancio e d'argento a sorgere, puro e nudo, dalla collina dell'Aldia Bianca sento il cuore germogliar di antica nostalgia e vedo. Vedo, come fosse qui, il panorama mio di allora, bambina, panorama quotidiano al mio risveglio: un mare di azzurri cangianti che al mattino presto pareva rabbrividire appena al lento accendersi, a folate e sussurri, del vento, Tavolara, laggiù rosa e azzurra, nella corrente a far da cancello all'orizzonte. Ricordo che c'era un lieve rincorrersi di brezza che faceva danzare, sul terrazzo, i calici viola delle bouganville che ospitavano al chiuso del ventre quei fioretti d'avorio belli come manine di bimbi a salutar la vita.
Mi ci sono ritrovata in quella mia pace sarda, l'anno scorso. Ma siccome ero tutta presa dalle seccature per insaponare, tagliare i capelli e metter su quel tanto di calce necessaria alla vecchia casa, la poesia mi chiamava, inascoltata, dalle persiane rotte. Io, niente, sorda, muta, un manico di scopa. Ho dipinto di turchese due letti che erano di ruggine e paglia secca e poi ho dato il bianco sul terrazzo, ho raschiato via certi licheni cespugliosi che fiorivano ai margini del cotto rosa e dai qui e dai lì, con scope, pennelli, stucchi e ramazze. Insomma, dipingi, pulisci, stira e ammira, la sera me ne andavo a letto stracca e tanti saluti alla famiglia e al cuore. Una mattina, eccomi in bocca all'alba, a smucinare sul terrazzino che posa lo sguardo sul respiro delle onde. Sono lì a dare un poco di smalto alla ringhiera quando sento un rumorino tra le ramaglie della bouganville che, negli anni, sono salite, come in ascensore, fin quassù. Mi giro: un gatto nero. Si ferma, si siede, mi osserva, si lecca uno zampetto. C'è nel suo sguardo felino, egizio, quel tanto di ironia che mi fa cader di mano pennello e tinta. E d'un tratto, respirando, mi sono trovata nell'azzurro, perduta nella mia Sardegna, con un grosso gatto nero, il mio Re di Maggio...

Nella foto, l'Amazzonia di Marco...

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