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sabato 19 maggio 2012

Di Barbie, di mamme e di altro


Quando giocavamo con le Barbie – cosa che capitava spesso -   io, a Vivian Salini, (che pure è stata l’unica amica della mia selvatica infanzia) non avrei prestato giammai alla sua Barbie una certa gonnetta rossa, fiorita di bianco, con una balza a correre lungo la misura dell’orlo. Nossignore: neanche, che so, a prezzo del suo giallo Dolce Forno che cucinava certe brodaglie zuccherose le quali erano, per noi, degne di Vattel.  “No, questa non posso prestartela”, dicevo, solenne, crudele, incurante degli occhi supplici di lei che doveva accontentarsi di una sottana gemella, ma color rosa geranio, che però cadeva a patata ben sotto al ginocchio della Barbie, senza darle quella cert’aria d’eleganza, come di folata di vento, che era l'effetto della mia. Il mio no era tutto quanto foderato di stagnola, con un cuore duro duro, di masso.
Molti anni dopo, già ragazza, per quelle strane folgorazioni di verità che piovono addosso, improvvise, in certe tiepide mattine di maggio, trovai il filo d'Arianna fino in bocca al Minotauro. Dovete sapere che il padre di Vivian (da me molto, molto amato) ebbe un brutto male che lo tenne negli Stati Uniti per mesi e forse anni, chi se lo ricorda più. Vivian, allora ancora bambina, venne a stare da noi, prima a Cala dei Gigli e poi a Roma. Sua fu mia madre; mia, lo ammetto, una segreta, sorda gelosia. Eccoci, noi tre alla Upim di Olbia (che allora, forse portava un altro nome che non rammento). Siamo al piano superiore, reparto vestiti per bambine. Mia madre indica alla commessa una gonna verdina, fiorita di bianco, da legare a portafoglio intorno alla vita.  E dice, mia madre: “Me ne dia due, stessa taglia”. E io: “Ma, mamma, ne basta una per me”. L’altra naturalmente era per Vivian, che ebbe la gonna di prato, ma mai - e a ricordarlo mi sento punger il didietro da  mille aghi roventi -  quella piccina, di Barbie, desideratissima, color sangue e neve...

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