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sabato 5 maggio 2012

Alberi d'arancio

Nella geografia dell'infanzia paterna, consumata  per lo più nelle vaste e corrucciate (per me) stanze di un caseggiato di cooperativa alto sulla Via Appia Nuova, dove noi piccoli Ponti (Marco e io) andavamo, malvolentieri, al giovedì a pranzo dai nonni (oh il disgusto delle banane nere, vecchie, appestate...), spicca, nella mia fantasia, una villa Belardi, distesa nel verde, alle spalle della Via Cristoforo Colombo che forse, non ci scommetterei un fiorino, non è mai esistita. Era questa villa, con gli attigui orti (che detto alla romana, non sono orti, piuttosto giardini), proprietà di due contesse Belardi, che avevano sposato, neanche a farlo apposta, due prozii di mio padre, i fratelli maggiori del nonno Lodovico, morto giovane ad Adua, e che lasciava al mondo una vedova armena (fumatrice e in pantaloni, con gran scandalo in famiglia!) e vari bambini. Uno di questi, appunto, mio nonno...
I due fratelli maggiori, barbe e solennità, erano  ministri del Regno e poi direttori generali in qualche ministero, e aiutavano, anche grazie alla dote delle blasonate mogli, con tutto che anche loro erano carichi di figlioli, quelli dello sfortunato fratello eroe d'Africa.
Ed ecco, se chiudo gli occhi, vedo mio padre, con la brillantina Linetti a bagnare i capelli, a ginocchia nude, entrar timido nel salone odoroso di zagare, delle due prozie contesse, che portavano - era questo uno dei  ricordi - un nastro di velluto nero intorno al collo, un nastro che pareva strangolarle e che le faceva, agli occhi bambini suoi, vecchie più del mondo... Di sua nonna, armena, mio padre, mai una parola e chissà perché, ma delle due prozie tante e tutte di rispetto verso quell'antico mondo di cui loro erano radici, alberi d'arancio... Mio padre bambino, al ritorno dalla visita di rito, percorreva i camminamenti in ciottoli di fiume del giardino condominiale suo, buttava un occhio distratto ai pesci rossi che si vedevano e non si vedevano nell'acqua limacciosa della vasca e poi su, a casa, dopo aver salutato il vecchio portiere che leggeva non si sa come il giornale, avendo un occhio a Maria e l'altro a Gesù. Gli occhi di mio padre, tutti e due, e il cuore alla villa che un giorno, si diceva nel dormiveglia, sotto le coltri, avrebbe avuto ed ebbe. Non, però, quella delle prozie contesse - l'unica, forse, che avrebbe voluto davvero - e  che diventò terreno di lottizzazioni nella nuova Roma dei palazzinari, che costruisce balconi senza panorama. La villa delle due contesse sopravvive soltanto, almeno credo, nel nome di una strada che corre, ancora adesso, parallela alla Cristoforo Colombo...

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