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mercoledì 4 aprile 2012

Primavera al Mater Dei



La severità era pane e companatico all'Istituto Mater Dei, dove passai tredici anni di fila, dalla prima elementare al terzo liceo. La severità era il viso di luna, ma sempre porporino sulle gote, di Sister  St Thomas la direttrice, che al posto degli occhi aveva due grani di ossidiana. Bella e infelice come una novella Gertrude, rovesciava su di noi le tristi sorti del matrimonio suo celeste. Si rigirava, nervosa, intorno all'anulare l'anello color tubo che la maritava a un uomo che era uomo, sì, ma anche  Dio e, se vogliamo, anche una Colomba... Le "grandi" le stavano tutte quante strette, in un fascio. Alla Staderi,  seni e coseni e ciuffi di capelli, sequestrò la borsa di Camomilla, a righe viola e bianche, che io desideravo sopra ogni cosa e che non ebbi mai. Alla Cervialti, una bellezza fatta e vestita, il bauletto di Gucci che aveva tale e quale a quello di mia sorella. Vennero a perorar la causa i genitori di entrambe in forze, ma non ci fu niente da fare. E ora che ho i capelli sale e pepe, riesco a veder Sister  St. Thomas, sola soletta, nei misteriosi quartierini suoi, mentre si pavoneggia davanti a uno specchio con la borsa di Camomilla su una spalla e il bauletto tra le dita...
A me, piccola com'ero, mi ignorava. Ero un cerino biondo e avevo in viso quel tanto di scolorito e smunto che a Sister St. Thomas sembrava - ma tu guarda... - andare a genio. Un giorno, però, non ricordo il percome, forse solo perché crescevo anche io nella mia dolce primavera, si accorse che c'ero. Puntandomi un indice ben temperato, mi morse con un "Tchua madre tchi ha comprato da Iupim!". 

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