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venerdì 20 aprile 2012

Sale e Tartarughino

Nata per ultima, dopo quattro fratelli (di cui due, i gemelli, assai rumorosi) mi accostumai presto, per dir la mia, a parlare a precipizio, come in ripida discesa, senza pause, senza lasciar prendere quel poco d'aria alla gola che serve a non farsi intossicare dall'azoto. Eccomi, piccola, a tavola durante uno di quei pranzi eterni a tre portate (per me un  martirio di Santa Gulitta) in cui i gemelli, sempre ridacchianti, si facevano beffe ora della sorella fifona ("Orisi Banskansky, pof, pof", le sospiravano nell'orecchio), ora del fratello minore Marco che, al contrario di loro, era serio come i soldati di cui era appassionato ("la formaggera-era-era, la formaggera moka expres", ripetevano di nuovo e di nuovo e mia madre, lo giuro, si divertiva...). Io, in un canto, zitta per non farmi vedere. Parlavo poco, e solo a ruscello, mangiavo e via. Riuscivo così a passare inosservata, indenne alle burle dei due aguzzini e al contempo, crescendo, mi costruivo una casetta tutta mia, costruita con il cemento dello spirito, i mattoni dell'anima e per occhi finestre aperte sull'incanto del mistero. In quella mia piccola casa, dove perpetua era la fantasia, avevo le mie bambole per figlie e per sorelle e i miei libri come nutrimento terrestre...
Selvatica, conoscevo i segreti canti del giardino che esploravo con Vivian in lunghi, interminabili pomeriggi stanchi d'estate e verdi di primavera. Silenziosa, leggevo, facendomi donna, senza che i fratelli si accorgessero della mia misteriosa metamorfosi solitaria. Verso i dieci anni, un ricordo. Mio padre mi chiede: "E tu, dimmi, che classe fai?" Un altro ricordo, precipite, insegue quell'altro, riempiendomi il cuore di spumante e bollicine. Devo essere sui sedici anni,  appena fiorita. Squilla il telefono, rispondo, è uno degli amici dei gemelli, per me allora un signore grande, buono per farci il brodo di gallina vecchia, già all'università. Gli dico e quasi mi vien voglia di dargli del lei: "Aspetta che ti passo Gianluca..." E  lui: "No, no ferma, ferma, è con te che volevo parlare. Proprio con te". Doveva chiedermi di uscire. Io? Con lui? Con l'ombra dei gemelli alle spalle, come un'agonia? Inanellai una collana di scuse, parlando come se stessi scendendo ruzzoloni dal Cervino e poi: "telefono! Gianluca!".. Quando lo rividi, il mio corteggiatore, anni dopo, tornato dal Veneto, alto, ricciuto, già medico fatto, mi disse (io dimentica, vana farfalla): "Guarda che io ti volevo solo portare al Tartarughino..." Lo osservai basita, come caduta da un melo. E lui: "Quando ti ho telefonato, ricordi?" E a me, non so come  né perché, sovvenne la storia, letta sul sussidiario, della memoria prodigiosa di Dante al quale un fiorentino burlone aveva chiesto se gli garbavan le ova sode e lui, il sommo, aveva detto che sì gli piacevano eccome. Passano una canestra di anni ed eccoli di nuovo incontrarsi, il poeta e il burlone. "Con che cosa?", chiede il secondo. "Col sale", risponde il primo... Sale e Tartarughino

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