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sabato 21 aprile 2012

Gatti di Roma

Qualche giorno fa, spinta dal bisogno di uscir di casa, di sgranchire le gambe, fasciando noie e  cervello, me ne sono andata a passeggiare dai Monti, dove sono di casa, giù, giù verso piazza Argentina, dove, tra i resti del foro di Pompeo, fan da camminanti i gatti di Roma, con quella loro lenta indolenza nell'inceder lasco che li fa tutti quanti cleopatre e faraoni. Cammina, cammina, mi infilo, perché le gambe hanno occhi loro e sono come asini d'oro di saggezza, nel portone anonimo che fa da Stige al gran cortile di Sant'Ivo alla Sapienza. Lassù la Lanterna del Borromini danzava, bianca, nel cielo azzurro, arrotolata nel suo zucchero filato e io insieme a lei, nel turbine delle nuvole e dei miei pensieri d'angelo.
Esco e continuo a passeggiare finché, lungo la via Zanardelli (dove avevo già incontrato l'orso...) mi imbatto, sulla destra, in un palazzo bello di statue e merli. Quattro diane di marmo, un poco annerite dal fumo e dallo smog, mi guardano sconsolate dall'alto della loro gloria, come invitandomi a entrare nel palazzo. Ed entro infatti, dopo aver scoperto (si fa per dire), che il palazzo Primoli, mi pare al terzo piano, è un museo ed ospita la casa di Mario Praz, anglista, collezionista, gran signore d'eleganza e merito, che io ho conosciuto solo nelle parole di un pittore palermitano - un talento figurativo di cui conservo, gelosa, due ritratti in penna e matita - che mi è stato amico molti anni orsono. Salgo, dunque, e accompagnata da una gentile guida (palermitana pure lei) vago in quelle stanze di bellezza pura, di capricci e svaghi, di passione e lampi. Sulla libreria si colorano, illuminati, quattro diorami olandesi del Settecento; da una gran  vetrina nera, ecco, in cera, paradiso, inferno, purgatorio e limbo fatti persona in miniatura. E poi, all'ingresso di servizio, che a casa mia sarebbe un salone, lo vedo: è un ritratto del maestro fatto dal mio maestro palermitano. La guida lo cita, con nome e cognome: Bruno Caruso. E io? Mi par di rivederlo, ridente, Bruno - che di Praz era amico grande - quando  a proposito di certi artisti sbarbati che si riunivano, come facevano lui, De Chirico, Guttuso, Praz e altri da Rosati a piazza del Popolo, mi disse, con dolcezza e spina insieme: "Pensano di essere  noi..."  

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