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domenica 4 marzo 2012

Un notaio in cappello da capostazione

Per sbrigare gli affari di famiglia che picchiano sempre  forte all'uscio e non finiscono mai, andavo, con il sole  in pigiama, in studio da un certo notaio piccolo di statura, panciuto di stazza e tutto quanto serio serio e farcito di diritto e codicilli. Aspettavo, nella saletta d'attesa, fianco a fianco al mezzobusto di un Pericle spettinato che se ne stava in un canto, a impolverare, rimuginando, chissà, i fasti suoi del passato. Ci parlavamo, muti, e nei suoi occhi vuoti mi pareva di veder i veli d'Aspasia...
Quando arrivava il turno mio, si affacciava, puntuale, alla porta una ragazzona bruna, con un manto di capelli a cercine, e mentre io la immaginavo alle prese col lavaggio del mantello ricciuto, lei scontrosa,  senza neppure guardarmi in faccia, miagolava uno scocciato: "Può entrare". Poi ritirava il capo a mo' di tartaruga e ila capigliatura appresso
Entravo. Lui, il mio notaio, mi veniva incontro, mi rapiva una mano e la teneva stretta tra due sue che di solito erano diacce. Poi, dopo aver chiamato la ragazza di prima, srotolava su un tavolo presidenziale - lui a un capo e io di gomito - le carte necessarie e cominciava l'analisi del caso, mentre lo vedevo sfogliar nella sua materia grigia i volumoni del diritto pubblico e privato. Quando aveva fatto la messa in piega all'argomento, mi invitava a prendere un caffè nel suo studiolo che si trovava in fondo a un lungo corridoio, dove ci guardavano dall'alto certi vecchi ritratti di antenati. "Zio Giulio, zio Federico, zia Virginietta...", faceva il mio notaio, con un baleno d'occhi che non gli conoscevo, indicando i cari estinti. E io, tra me e me,: "Piacere!".
Sedevamo, uno in faccia all'altra. Prima che arrivassero signorina, capelli e caffè, lui, scusandosi, apriva lesto una porticina che lo inghiottiva. Pensavo, a buon diritto, che lo chiamassero le sue necessità. Rimasi quindi di sasso quando, un giorno, durante la cerimonia del caffè, il mio notaio, convocato al trotto in sala riunioni, uscì  dalla sua stanzetta, dando un colpo alla porta e senza voltarsi indietro. La spinta all'uscio non bastò a chiudere il battente e, quando nel rimbalzo, questo si spalancò, mi apparve come in un miraggio il suo segreto: correva torno torno alla stanza un trenino elettrico, montato su una pedana di compensato chiaro che riempiva l'ambiente ed era tutta quanta animata da figurine e alberi e casette. Mi alzai, in sveltezza, a serrar la porta e quando lui tornò mi parve che avesse seduto in testa un berretto da capostazione e negli occhi una scintilla...

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