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martedì 13 marzo 2012

Una sirenetta di nome Salvatorica



A Cala dei Gigli mio padre aveva sempre un “guardiano” che, appunto, era pagato per guardare la villa durante i lunghi mesi invernali. Con tutti quanti - Salvatore, Stefano, Mario - erano litigi a voce grossa. “Mi domando e dico!, ruggiva mio padre, rosso e viola e le c in metamorfosi di kappa. Oppure “Maskalzoni!”. Appunto con un morso di kappa. E quelli, niente, bronzi, di tolla, se ne restavano saraghi in attesa che passasse l’uragano. Che puntuale passava,
Nella fila di visi italici screpolati dal sole e dalla vita, quello di Domenico Funteddu ce l'ho sempre davanti e par che mi guardi ancora oggi come allora. Aveva una ape car bianca divenuta grigia per la polvere e le ammaccature. Si chiamava Domenico ma tutti lo chiamavano ohdommé. E così anche noi. Secco, di carbone, mite come un ciuco, pareva uscito paro paro da un racconto verista di Giovanni Verga. Viveva a Sant’Efisio, una frazione di rocce, fichi e lucertole, in una casa rosa, insieme alla numerosa prole e a una moglie, nera e vestita di nero, muta pigna. Quando li andavamo a trovare, ci accoglievano come marchesi e guai a rifiutare la tavolata di fichi, pane carasau e vino! La donna, a ogni no grazie, pareva diventar più piccola e, se possibile, si faceva ancora più nera. Tutta l’opposto di Salvatorica, l’ultimogenita, uscita fuori da quei due carboni come un alleluia del Cielo. Danzava intorno a me, leccandosi le dita e strofinandosi il naso con la pancia della maglietta sporca. Un brigante allegro. Occhi di pervinca, capelli d’oro, bocca sdentata, non stava ferma mai. Quando il padre innaffiava, fermo come una mummia, pitosfori e plumbaghi (facendo uscire dai gangheri mio padre…) lei, con un costume intero sbrindellato, senza elastici sul giro coscia, se ne scendeva in spiaggia a sguazzare tra la spuma, innocente sirenetta.
Un’estate ohdommé comunicò a mio padre che basta, se ne andava. Lo vedevamo in giro con una macchina Fiat lucida e con panni di sole. Così conciato pareva anche più alto. Ogni tanto vedevo Salvatorica, sempre allegra, sempre bella, tra sabbia e onde, con un costume intero, di marca, ben teso sul giro coscia e assai vivace e chiacchierino. L’estate successiva, ohdommé si impiccò. A mio padre che chiedeva lumi, il proprietario dell’unico spaccio di zona, che sembrava (e per me non era) una pasta di omino di zucchero, gli disse con un sorriso sghembo che mi rimase stampato a marchio di fuoco dentro: “Avvevva trovvatto la pentola dell’orro…”. Neppure Salvatorica vidi più.

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