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martedì 27 marzo 2012

Matrimonio Copto


Per me, in casa dei nonni, esisteva soltanto l'armadio del guardaroba. Solenne come un corazziere del Quirinale, sfiorava il soffitto col capo ed era tutto quanto color caffè e liscio come cuoio. Portava appeso alla chiave, nella bocca della serratura, un orecchino di bronzo brunito, in forma di croce copta, che si poteva flettere come le gambe della mia Barbie Malibu.
Nei vasti ripiani, foderati con carta decorata a gigli di Firenze verdi e blu, ci si potevano trovare ninnoli e cianfrusaglie che mi incantavano nel loro piccolo nulla: elastici gialli, verdini, tinta malva; piccole torce nere, puntine arcobaleno, bottoni grandi e piccini, bomboniere di tulle ancora gonfie di confetti, candeline da compleanno usate ancora attaccate all'apposita gorgiera di plastica, cucchiaini con il manico a zig zag dall'utilità a me ignota. L'armadio custodiva anche disegni e acquarelli del prozio Federico, il ginecologo istriano che aveva fatto nascere i gemelli. C'erano scodelle e piatti da lui decorati con su rapaci pappagalli dalle penne di serpente, arpie con ali di pipistrello, mostruosi draghi dalle fauci vermiglie, tutto il bestiario di un medico visionario che chissà che cosa immaginava ci fosse dentro quel buco nero da dove faceva scivolar giù la vita in forma di creature umane...
Molti anni più tardi il ciondolo dell'armadio fu mio. Lo appesi al collo come avrei fatto con un cuoricino di corallo, che so, una violetta di merù e me ne andai per la mia strada come ho sempre fatto. In piazza Vittorio, ancora colorata di banchetti e di voci romanesche, mi sentii addosso gli occhi mori di un venditore. “Copta?”, mi chiese, senza tanti preamboli. E lì, seduta stante, mi propose il matrimonio...

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