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venerdì 30 marzo 2012

La mia Pasqua

In casa Ponti, per la Pasqua, uova di cioccolato poche, una ciascuno, e forse neppure, perché tanta abbondanza di dolci e di cioccolata non era, per il gusto severo di mia madre, roba da signori ... Così lei, dopo averci concesso la sorpresa (oh, quanto amavo la famigliola di paperelle - mamma e pulcini - in plastica rossa e gialla che era il cuore dell'ovo!), imprigionava il cioccolato, a pezzi, nella rigida stagnola a colori, per conservarlo "per dopo" - come diceva  misteriosa - chissà dove e chissà perché, forse per dar pace a un suo fatale disinganno o forse perché, nella sua anima bambina, si sentiva ancora sotto i bombardamenti.  Le uova no, ma la Colomba, che non piaceva a nessuno di noi bambini, non mancava mai sulla tavola e una fetta arrivava sul piatto, come l'amen in coda al Padrenostro.. Per me c'era solo la crosta, una delizia color caffè e latte, con gli zuccherini spolverati sopra, chicchi di riso e sorriso. Schifavo, come tutti i fratelli, i canditi, che mi davano un gran lavoro di scavo, un mestiere segreto, inviso a mia madre, convinta che, per buona creanza, si dovesse lasciare il piatto sgombro, e non guardar mai in quello altrui. "Ester, non mangia i canditi!", protestava qualcuno, con l'occhio attento alle briciole grasse che spargevo sul disco del piatto. Restavano lì, i canditi, verdini, arancioni, in quella glassa al sapor di peccato, nonostante le spie...
C'eran le uova (poche) e la Colomba e c'erano i riti pasquali ai quali partecipavamo in famiglia.  Il giovedì santo, c'era la messa in coena Domini celebrata da Monsignor Nobels nella Cappella di Sant'Andrea, che pareva la grotta silvana  della maestà di marmo di San Gregorio al Celio; il venerdì i Sepolcri, sette dovevano essere, sette tombe di nostro Signore, una per chiesa. Io e mia madre, dentro e fuori, come in un gioco: le contavo con le dita, le tombe fiorite. Il pollice della mano destra era sempre il sepolcro di Santa Marcella, l'indice San Saba, il medio Santa Prisca e così via in cerchi sempre più larghi fino a salir sull'Aventino profumato di arance e di rose.. Lei, fuori, danzante, dentro piegata in due, in preghiera. Io a guardarmi intorno, in quel silenzio perduto,  che non ho trovato mai più, solo a volte, di rado, nel mistero perfetto della mia anima.

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