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giovedì 22 marzo 2012

Messer diavolo e Gianpiero




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Il mio caporedattore al Gazzettino, intendo quello - l'unico per me - che mi assunse, non il tipo che, anni più tardi, lasciò che la redazione si sciogliesse come in bocca una mou; dicevo, il mio caporedattore si chiamava Gianpiero, era veneziano ed era una vecchia pasta di giornalista, di quelli di una volta, tutto pane, strada, esperienza. Era stato inviato per anni, di qua e di là, a scrivere con la sua penna d'oro le magagne del mondo. Dove c'era una catastrofe, eccolo, con quelle dita che parevano artigli e le unghie gialle per la troppa nicotina. Gianpiero guardava con sospetto scuole, corsi, università di giornalismo che, diceva, garibaldino, non insegnavano il "mestiere" (questo era per lui, e anche per me, il giornalismo, un mestiere, come fare il sarto o il panettiere...) di far da occhi, orecchie e anima al pubblico, ma solo una triste, grigia professione, congelata, senza cuore, insapore come il ghiaccio. Pensava, poi, che tutti potessero scrivere di tutto e che, anzi, le specializzazioni, che van oggi per la maggiore, facevano male alla penna e al giornale. Ed ecco perché, quando, pivellina, mi sedetti una domenica d'agosto alla mia scrivania, forte soltanto della mia tenacia e cruda in fatto di politica come una tartaruga delle Galapagos, arrivò lui con due lanci Ansa.  Li ricordo ancora come fosse ieri: "Cossiga incontra Mancino". E l'altro: "Cossiga incontra Martelli". Tanto per rinfrescar la memoria a giovani e vecchi: Cossiga era allora il Presidente della Repubblica, Mancino ministro dell'Interno e Martelli Guardasigilli. "Sessanta righe", mi disse Gianpiero e via, lasciando nella stanza quel miscuglio odoroso di profumo e fumo che ho ritrovato proprio ieri, sull'autobus, addosso a un perfetto sconosciuto...
Non so come, le scrissi quelle benedette sessanta righe e io e lui fummo amici, per sempre. Ed è forse per questo, per come tagliai e cucii il mio primo articolo come fosse stata una bennibag, che mi trovò anche un marito... La memoria mia si accende e lo vedo, nitido, chino al suo gran tavolo di caporedattore. E' al telefono con non so quale gran diccì, io, sulla porta, ad aspettare. Disse: "No, no e poi no. E ora basta. Vai al diavolo, anzi da messer diavolo!". Disse e giù l'apparecchio. Vedendomi,  aggiunse: "Oh bella, è ben meglio usar la giusta cortesia con il demonio, che non si sa mai, dopo, se saremo ospiti a casa sua..."

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