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lunedì 26 marzo 2012

Fiumi dell'anima

Ebbi, ora sono molti anni,  un incidente con il mio Ciao bianco, all'incrocio tra il Lungotevere e la Via Marmorata. Mi ritrovai, non so come, sul muso (bianco anche lui) di una Fiat 127, che oggi sarebbe un pezzo da museo delle carrozze; mi ritrovai, dicevo, occhi negli occhi con un principe romano, dal lampo turchino e dal crine biondo pallido, il cui cognome mi fece pensare - una volta allettata al Fatebenefratelli - a capre e a colline. Di quei lunghi giorni d'agosto, ricordo soltanto le ore passate sul terrazzo (pure lui, neanche a dirlo, bianco di riverbero e di marmette) dell'ospedale, un'altana baciata da un sole giaguaro, e io  a guardar scorrere, lì sotto, il biondo Tevere. Biondo, si fa per dire, che a me pareva tutto quanto limaccioso e giallo e popolato, a osservar fisso la riva, nei suoi angoli e anfratti che parevan reticoli di cruciverba, da un saltellio di topi neri. Se lo sguardo scorreva rapido sulla corrente e sugli argini, nulla; se mi riposavo sull'immagine di placido passaggio, zacchete, il sorcio...
A ripensare a quell'estate lì, di fiume, mi  germoglia dentro il ricordo di altre passeggiate lungo il mio fiume, il Tevere. Ero ragazzina ma non tanto e già, come dirlo, piena di romanità e con uno zio naturalista, eccoci, armati persino di binocolo, a esplorar la flora ripense, su su, verso Roma Nord (per me, cresciuta vicino al Colosseo, come fosse l'Amazzonia) lì dove i muraglioni piemontesi smettevano, così mi pareva, di ingessare - tagliandolo fuori dalla Città Eterna di cui per millenni era stato polmone e cuore - il grande fiume di Romolo. Non topi, ma martin pescatori; non sorci, ma aironi cinerini e garzette. Durante una di queste passeggiate fiumarole, lo zio si fermò a parlar con uno dei Tulli, che allora, avevano il Tevere in tasca e molti dei barconi dove i romani andavano a fare i bagni di sole e a mangiare un boccone. Io, da sola, silvana, come una Diana nemorense. Mi avvicinai all'acqua e feci per toccarla, ma d'un tratto, come in sogno: vidi scender giù, lungo la corrente, una canoa sottile, color terra di fiume, abitata da fauni e ninfe; Pan,a prua, suonava la sua siringa mentre le naiadi cantavano tristi la loro canzone di dee dimenticate, tradite, chiuse in scatole di cemento... Corsi dallo zio e dal Tulli che mi tappò la bocca in romanesco: "Macché panne, so' remaroli!"

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