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mercoledì 14 marzo 2012

Dioniso a Porta di Roma

Una domenica mattina, portata dal bisogno di fare delle compere all'Ikea, mi sono spinta, alla guida del mio macinino color neve a bassa quota, oltre le colonne d'Ercole di Roma, fino al grande centro commerciale che i  romani chiamano, senza articolo, Porta di Roma. A guardarlo da lontano, quando ci si appressa dai Prati fiscali (oh quanto vorrei ridare a quegli orti, fioriti ormai di palazzoni,  il loro bel nome augusto di prati imperiali, come chiederebbe la poesia, ubbidendo alla filologia...) pare una fortezza marziana, armata di denti di vetro azzurro e di piramidi d'acciaio, e invece, visto dal di dentro, è come un paesotto desolato, senza verde o speranza, con la sua brutta piazzetta d'asfalto - popolata da bambini annoiati che non sanno più arrampicarsi sugli alberi... - posta al piano rialzato, che si fa crocevia d'entrate alle caverne d'Aladino del consumo. Da una parte, le geometrie verdi di Leroy Merlin, dall'altra le porte Scee dell'Ikea e  infine le scale (mobili  per il traffico di carrelli) che conducono al paradiso dei mille negozi, all'Auchan e anche a Media World.
Io, sistemata la macchina nel dedalo minoico detto parcheggio e memorizzato il numerino per ritrovare il mio destriero (di solito lo scrivo su un taccuino per non pensarci oltre), mi dirigo spedita all'Ikea dove mi perdo nelle dorate stanze loro, arredate con quel gusto un po' così che offre ai consumatori (e quindi anche alla sottoscritta) la carezza di essere unici nella massa, con poca spesa e gran soddisfazione. Insomma, faccio quel che devo e poi, visto che sono lì, eccomi diretta a comperare un poco di superfluo nel grande supermercato francese che squilla rosso nel centro commerciale. Le porte vetrate si aprono da sé quando entro, regina, nel gran corridoio lunare. Faccio due passi, due appena, in una marea ondeggiante di umanità e d'un tratto, come chiamata, mi dirigo verso quella che mi pare una piscina e che funge, sul muretto tutt'attorno, da panchina per madri imbarbite e vecchiette stanche. Butto un occhio e... ecco germogliare il passato nostro, in tre mosaici romani in bianco e nero, delizia per gli occhi. Mi ci perdo dentro, inseguo i polipi e i pescetti, mi diverto a osservare l'asino eccitato che finisce in bocca al coccodrillo e poi, oddio, sogno o son desta? Tempero le pupille, squadro la mente e, sì, sì, non ho le traveggole, in quel viavai distratto di consumatori e carrelli e merce, nel lago del passato, due signori in bianco e nero stanno facendosi i fatti loro per benino, come s'usava, allora, per celebrar i misteri di  Dioniso e di Pan e di tutti quegli Dei dei pampini e del vino che io amo come fratelli. E che diventano vivi e veri, al mio sguardo, molto di più di tanti scoloriti consumatori in jeans e giubbetto. Sorrido al Dio Priapo, lo benedico e me ne torno a casa che per comperare c'è sempre tempo.
http://www.amicoqua.org/?p=371

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