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domenica 25 marzo 2012

Clandestino a bordo


Mia madre amava i cani. Gatti? Per carità! Solo cani. Cani piccoli e pelosi. Avevo otto anni quando mio padre le comperò da Harrods, a Londra, il primo Lhasa Apso. Lo aspettai con il batticuore della Vigilia di Natale per i trenta giorni che dovette passare all'aeroporto, “in quarantena”. Quarantena: per me una febbre di cuore e d'attesa. Arrivò finalmente. Un cosino color caffelatte, con una codina a ricciolo, dentini affilati e un pedigree da baronetto inglese. Lo chiamammo Benjy, come il cagnolino delle "Little animal stories" che leggevo allora con Jane, un nome che era un urrà. Scappò, quel vagabondo. Lo cercammo, invano, per strade e per piazze, chiamando quel suo nome tutto “i” nell'eco del silenzio. Qualche mese più tardi, per consolar mia madre, arrivò, dritto da Monteporzio Catone, senza attese né quarantene, un nuovo Lhasa Apso che questa volta era color cenere e cirro. Fu chiamato Mac Duff. Mia nonna Stella, che non parlava un'acca di inglese, si indignò: "Merdaff... ma che nome!". Mac Duff fu da subito degradato a "il mechi" D'estate veniva con noi in Sardegna. Era proibito tenere cani in cabina sulla Tirrenia, bisognava esiliarlo nel canile, sul ponte, in certe gabbie dove ululavano, nottetempo, cani, cagnoni, cagnetti. Il solo pensiero ci dava il morbillo e le escogitavamo tutte per portarlo, clandestino, in cabina. Una volta mia madre - pensando di essere oltremodo in gamba - lo ficcò nella sua capiente borsa e passò, con un fare spigliato ed elegante, come colpita da un turbine di vento, davanti ai marinai napoletani che formavano l'equipaggio della Tirrenia. Io le trotterellavo dietro col cuore in bocca, Mecki a fare il diavolo al chiuso... Passò, anzi passarono,   passai. Che sollievo!  Ma da lontano, io e lei udimmo una voce ridente: "Chille pure tengono nu uauà".  

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