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venerdì 3 febbraio 2012

Beatrice al Mater Dei


Al Mater Dei, ogni primo venerdì del mese, tutte noi, piccole e grandi, con su un basco spalmato in capo, andavamo a sentir messa – cascasse pure il mondo - nella cappella del Buon Pastore, il cui portone, col cappotto ben abbottonato, si apriva proprio in faccia a quello, vetrato, aperto, tutto luce, che portava a una scala di marmo arrotolata a spirale, la quale faceva da colonna vertebrale ai tre piani dell'Istituto Mater Dei. Al primo piano, portineria e le elementari; al secondo – mi pare - c'erano le medie e forse (ma la nebbia confonde la memoria) anche il ginnasio; al terzo, gli uffici - fauci di drago - della sister direttrice e un lungo corridoio cieco, arcigno come il muro di Berlino, che conduceva alle tre classi del liceo e, più in fondo, all'aria dei terrazzi, sciolti sotto la gran mole della Trinità dei Monti...
Dal portone d'ingresso, dunque, una biforcazione. Di qui, silenzio e raccoglimento moltiplicato per le tante solide colonne a sostenere il matroneo lassù (convertito in portineria); di là, lo scalpiccio di tanti piedi e il vocio di noialtre che salivamo, in bianco e blu, verso il dovere quotidiano. Noi, tutte quante e ogni giorno, eravamo prima di qui e poi di lì. Di qui a recitare un mistero del rosario (e a volte a sentir la messa), di lì a far di conto e di dettati...
D'un tratto, mentre fuori dalla mia finestra romana danzano i fiocchi di neve, un ricordo illumina il buio di quegli anni che a me paiono perduti su Venere e mi torna in mente, come in sogno, una compagna di classe. Il viso pare di madonna e i capelli chiari, tagliati sulle spalle. Di lei, che si chiamava Beatrice, a stento so che è archeologa e che si è sposata con un nobiluomo siciliano. Eccomi in ginocchio, chino il volto nelle mani giunte, in tasca e in cuore un certo gelo di solitudine. E' tempo di genuflessioni. Sister Francis batte sul banco di noce il ritmo del su e giù. Toc, tutte giù, toc, tutte su. E via. Di colpo mi trovo Beatrice al fianco. Posa un piccolo pugno bianco sul mio banco, lo apre depositando il suo messaggio e via. Conservo ancora adesso il biglietto suo, che recita: “Credi in te stessa, mai negli altri”.    

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