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mercoledì 29 febbraio 2012

Sandokan in Via Beccari


Per comperar penne e fogli protocollo andavo in una piccola cartoleria tutta vetrine che si apriva, accanto al bar di Sergio, all'ombra di un cerchio magico di pini, in largo Tata Giovanni. Largo, una parola! Era, infatti, la coda stretta,  a forma di lingua di gatto, del viale - che di nome faceva Odoardo e di cognome Beccari - il cui capo, all'altro lato, portava al cancello color ruggine di casa mia. Mi vergognavo di abitar in una via con un nome tanto brutto. Odoardo, per carità, casomai Edoardo! E Beccari, poi, un morso mi pareva... Uno qualsiasi, per me, questo Beccari. Scoprii, anni dopo, che egli non era affatto uno qualsiasi: da botanico ed esploratore, aveva nutrito i viaggi malesiani di Emilio Salgari ed era dunque, a modo suo, padre putativo di Sandokan.
Ma andiamo avanti e basta divagare.  Per noi, Ponti e Salini, quell'angoletto di Roma era  “la piazzetta” punto e basta. E la cartolaia, la “signora della piazzetta”, una regina. Alta, stirata in tailleur pantalone color albero in autunno, i capelli d'argento, teneva sul banco un gran cesto colmo di "sorprese”. Irresistibile la sirena di quei pacchetti a forma di piccolo tubo, con il naso schiacciato davanti e di dietro, avvolti in una carta sottile, color pastello, uguale a quella che s'usava allora per i biglietti d'autobus e che costavano, neanche a dirlo, come una sorpresa. “Due sorprese”, sbrodolavo vinta dal desiderio. E pagavo, con il cuore fiorito, le mie cento lire, per scartare il sogno. Un giorno la signora della piazzetta chiuse il negozio e sparì, portandosi via le sorprese e dieci grammi di infanzia mia...



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