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lunedì 27 febbraio 2012

Piccola riflessione nel verde di via Arenula



Qualche giorno fa, mentre me ne andavo a riportare certi libri in scadenza alla Centrale ragazzi (nascosta dietro alla Piazza Argentina) naso a terra, ben attenta a schivare il ghiaccio che è stato, in questo febbraio gelato che or ora salutiamo, la seconda pelle dell'asfalto romano, ho deciso di far meno di cento passi e di evitare l'angolo retto che va da  Via dei Giubbonari al Monte dei pegni. Così ho tagliato diritto per il giardinetto pubblico, di stenti alberi, che corre, con i suoi ciottoli di fiume, parallelo alle rotaie del tram numero 8 di Via Arenula e, d'un tratto, levando lo sguardo non più impegnato a combatter contro gli scivoloni, mi sono trovata innanzi un certo  Federico Seismit Doda, vivo nel bronzo, seduto lassù in compagnia di un volo di piccioni. Mi fermo, giro intorno alla statua di questo tale che, lo confesso, non ho mai sentito nominare, né a scuola né al giornale né all'università. L'uomo, tutto assorto,  par essersi stufato di leggere il suo libro senza pagine e se ne sta lì a pensare per l'eternità. Raggia d'intorno il sussiego ottocentesco, tutto piemontese, di quegli uomini che avevano trent'anni appena e parevano già senatori..
Mi inchino davanti a tanta serietà in un mondo, il nostro, che non sembra più aver bisogno del Carnevale, tanto lo pratica da mane a sera, giorno e notte, sempre. Mi inchino e intanto in testa ecco accorrere una folla di nomi di uomini che, scesi dalle Alpi, han fatto l'unità d'Italia. Frugo tra De Pretis, il trasformista, e De Rudini, ma nulla. Nulla di vento. E dire che io, di libri, ne ho letti a scialare e ho fatto anche studi discreti, anche se non "normali", per non dir niente del fatto che, da giornalista, ero io a scodinzolare tra centenari, premi e altre ricorrenze culturali e politiche. Ma nulla. E mentre io m'affanno a metter sull'attenti i miei pensieri, i piccioni, per niente rispettosi di cotanto professorume, svolazzano sul naso della statua e sul cucuzzolo del cranio. Io, con la mano alzata a spazzolare l'aria, faccio sciò, sciò, perché, insomma, un poco di buona educazione bisogna pure insegnarla, anche ai piccioni! Ma quelli, niente, e uno di loro, pipsquik, fa anche un bello sghitto sul  naso del povero Federico! Insomma, che roba! Mi arrendo, lascio il campo, avete vinto voi. Saluto il mio professore e penso, tra me e me, e sottovoce, che è molto meglio diventare un aggettivo - che ne so, felliniano o nicciano o manzoniano o chi vi pare a voi - ed essere masticati e vivi  da Fabio, Giorgio, Maria o chi per loro che diventare una statua a una memoria che nessuno conserva più...

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