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domenica 5 febbraio 2012

L'ira di Ignazio


Sulla punta nord dell’anello della baia di Cala dei Gigli, seduta sulle rocce, c’era casa Pomanti, detta “La Speranza”, che pareva una reggia di Granada, tutta un germoglio di orci bianchi e di archi e di patii, dove il silenzio era signore e l’ombra la sua consorte. Le onde leccavano la spiaggia di rena privata che sembrava far la corte a Tavolara. I Pomanti, due genitori e due figlioli, ci venivano soltanto dieci giorni in giugno. Possedevano infatti, così si favoleggiava, altre ville, in giro per l’Italia. Uno sciupio. Se le vacanze dei Pomanti duravano quel tanto di giorni per dire “ci sono andato”, i preparativi per vestire a nuovo la Speranza erano ben più lunghi e laboriosi. A rifare il trucco a casa Pomanti ci pensavano tre donne di un paese dell'interno, perduto in una contrada di polvere e lucertole. Arrivavano a piedi, nere nere, dondolando il didietro e ridendo tra loro, in testa una canestra foderata di biancheria.
Un'estate delle mille e una notte (che mi piace ricordare oggi che il Colosseo ha in testa una corona di neve...), i Pomanti figlioli scesero – oh miracolo! - in spiaggia grande. Poco ci mancò che non stendessero un tappeto rosso sul pontile per attraversar il braccio salato della laguna interna... Magro, scattante, tale e quale a suo padre, gran pescatore di ricciole, era il maggiore dei due il cui nome si sbiadisce nel ricordo. Il più piccolo, che si chiamava Ignazio, l'altra faccia del cielo. Era un tipo pingue e molle, e bianco candeggiato (quando noi avevamo la schiena di cioccolata...), fatto apposta (così mi sembrò da subito) per diventar la vittima dei gemelli. E così fu, come in una partitura già scritta.. Un giorno mentre quei due diavoli lo facevano martire, chiamandolo Capitan Ignazio, lui sbottò: “Non vi picchio perché è volgare, ma vi odio, vi odio, vi odio”. L'ira di Ignazio.





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