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martedì 7 febbraio 2012

La Vecchia Pineta di Ostia


Poiché il gelo morde cuore e strade e persino l'Arco di Tito, a me viene da pensare al sole e al mare che ora sembrano così lontani...
In giugno, ogni sabato mattina, friggevo al cancello, aspettando la "signoramico" che mi avrebbe portata, con lei e con suo marito, "l'ingegneramico", a Ostia. L'appuntamento era alle dieci. Ma io ero sveglia e grilla alle sette, vestita e stirata alle otto, sull'attenti alle nove, al cancello alle dieci meno un quarto, e anche prima, perché non si sa mai. Per delle mezz'ore, con un orecchio a casa e l'altro alla strada, mi figuravo, cupa, di essere dimenticata... Ogni frenata, un sobbalzo. Delusione cocente quando il rombo del motore si perdeva nella lontananza. Poi, puntuale come il cannone del Gianicolo al tocco, arrivava lei, la signoramico, che era alta come me di nove anni e cotta dal sole. Mi squagliavo di gioia.
Eccomi sul sedile di dietro nella Cinquecento blu, stretta e felice come nel grembo materno. Oltre un dorso d'asino d'asfalto bigio, annunciato da un odore di salso che mi riempiva l'anima di bollicine, il mare. Quando avvistavo il Kursaal con i suoi trampolini arditi, sapevo che mancava poco alla Vecchia Pineta, lo stabilimento dove gli Amico affittavano una cabina per la stagione. L'ingegneramico, un pezzo d'uomo, faceva il bagno con una retina nera in testa e mi chiamava Esterina, come se mi potesse mettere, insieme con sua moglie, in tasca. Passavo la giornata, sola soletta, tra le sabbie nere di Ostia come in Paradiso. Il mio regno alla Vecchia Pineta durò tre estati. Ma ogni sabato, insicura com'ero di meritare un soldo di felicità, temevo di perderlo. Finché non arrivava, asmatica, la Cinquecento blu. Molti anni dopo tornai a Ostia e, in pellegrinaggio, mi recai alla Vecchia Pineta. Il mio regno non c'era davvero più: la spiaggia una lingua, le cabine coi piedi a mollo. Il mare me l'aveva portato via.

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