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venerdì 24 febbraio 2012

Il gigante di Pasolini

Una mattina di tanti anni fa, giornalista già e cronista di cultura, fui spedita dal mio caporedattore - e volentieri - al Campidoglio, a far da platea in una conferenza stampa che doveva presentar non so più quali festeggiamenti in onore di Pier Paolo Pasolini. Ora, dovete sapere che, per me, PPP era ed è più che un maestro, una divinità, o forse, ora che ci penso, soltanto una persona che avrei voluto conoscere di persona, vivo, in carne e sangue, come era accaduto a Elsa Morante, che io, pur non avendola incontrata mai, considero, al pari di Dolores Prato e di un pugno d'altre scrittrici e poetesse, più amica dii tante signore e signorine che conosco, abbraccio e saluto...
Ma facciamo marcia indietro ed eccomi alla cerimonia che si teneva, mi pare,  nella sala della Lupa. Entro e, snasando sul capo ondeggiante dei presenti, individuo un posticino libero accanto a un certo signore grande e grosso, di pelo rosso, con quell'espressione un po' così di chi la vita sembra saperla maneggiare come i bambini il pongo. "Posso?", chiedo e lui, con un sorriso, toglie dalla sedia il soprabito e mi fa un gesto come a dire è benvenuta, signorina. Siedo, tacendo, mentre i relatori (come accade spesso) si rivelano poco preparati in Pasolinitudine e perfino balbuzienti quanto a recitar le sue poesie in forma di rosa. Sento che il mio vicino sbuffa e sboffa e a volte ridacchia divertito. "Oh quanto son retorici!", mi fa all'orecchio e si presenta, offrendomi un manone da orso,: "Alfredo Bini" e, in barba all'ufficialità cerimoniale, all'ombra della lupa, il mio Alfredo (che per chi non lo sapesse è stato il produttore di molti film di Pasolini) comincia a farmi l'abc del poeta che era, per lui, tale e quale a un figliolo e a raccontarmi di come, più volte, a Sanaà, durante le riprese del Fiore delle mille e una notte, lo abbia salvato in certe tende beduine... "Poteva finir male come all'Idroscalo!", mi dice, come a tagliar la testa a tutte le teorie politiche di cui sono innamorati tanti, compresi i nostri relatori, che Pasolini neppure lo conoscevano. Prendo appunti nell'anima, anche per il mio pezzo, e intanto, laggiù, la conferenza stampa si consuma, riuscendo nel capolavoro di trasformare Pasolini, crocifisso dalle parole, in un antipatico busto di marmo...
Ci salutammo, Bini e io, ai piedi della scalinata michelangiolesca, che pare distesa sulla vita, tanto diversa da quella ripida e però sorella che conduce alle asperità dell'Ara Coeli. Ci ripromettemmo, Bini e io, un nuovo incontro, un'intervista, un caffè, qualcosa. Così non fu. E ora che lui è volato al piano di sopra, con la sua gran barbarossa, cerco e non trovo la poesia che Pasolini gli aveva dedicato e che lessi (o forse solo lo sognai), con il blabla dell'ufficialità a ronzar nelle orecchie, ma vicina, vicina al cuore di Pasolini, tra le pagine di un libriccino che Bini covava, caldo, nella tasca del cappotto. E sbocciava, in quelle parole con le ali, un Bini, amico e padre: il padre che Pasolini, da vivo, non aveva avuto mai...

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